Cronaca

Si è uccisa a 35 anni Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo uccisa dalla’ndrangheta perchè “pentita”

Don Luigi Ciotti, che ha seguito Denise per anni, ha espresso il suo dolore con parole toccanti, definendola una giovane donna coraggiosa e sofferente e immaginandola ormai riunita in un abbraccio con la madre.

Denise Cosco, figlia della testimone di giustizia Lea Garofalo, si è tolta la vita a trentacinque anni, la stessa età che aveva la madre quando venne assassinata dalla ’ndrangheta. Il dramma si è consumato domenica sei settembre, quando la donna si è lanciata dal balcone della sua abitazione, e la morte è sopraggiunta alcuni giorni dopo, dopo una lunga agonia in ospedale. La notizia, anticipata da Avvenire e confermata da più fonti, ha riportato all’attenzione pubblica una delle storie più dolorose e emblematiche della lotta alle mafie in Italia. Lea Garofalo, originaria di Petilia Policastro in Calabria, aveva scelto di ribellarsi al mondo criminale in cui era cresciuta e di cui faceva parte il suo compagno Carlo Cosco, padre di Denise. Dopo essersi allontanata da lui e aver iniziato a collaborare con la giustizia, Lea era entrata nel programma di protezione insieme alla figlia. La sua decisione di raccontare ciò che sapeva di omicidi, estorsioni e affari illeciti legati alla ’ndrangheta la rese un bersaglio. Il ventiquattro novembre del duemilanove Carlo Cosco riuscì a convincerla a lasciare la tutela e a raggiungerlo a Milano, con la scusa di parlare del futuro della figlia. Qui Lea venne sequestrata, interrogata, torturata e uccisa da Cosco e da alcuni complici. Il corpo fu fatto a pezzi e bruciato; solo anni dopo, grazie alla collaborazione di uno dei responsabili, Carmine Venturino, allora fidanzato di Denise, furono recuperati alcuni resti. Denise, che all’epoca aveva diciassette anni, trovò la forza di denunciare la scomparsa della madre e di testimoniare al processo contro il padre e gli altri imputati. Le sue dichiarazioni contribuirono in modo decisivo a ricostruire i fatti e a ottenere le condanne.

Dopo la morte di Lea, la giovane visse a lungo sotto protezione, cambiò identità e località, e cercò di ricostruirsi un’esistenza lontana dai riflettori. Sostenuta dal Servizio Centrale di Protezione e da figure come don Luigi Ciotti, presidente di Libera, Denise riuscì a ottenere un lavoro e a costruire una nuova vita, pur restando segnata da un dolore che non si è mai del tutto attenuato.

In rare interviste non aveva mai espresso odio verso il padre, limitandosi a dire di provare pena per un uomo che non aveva compreso cosa avesse perso. Sulla vicenda di Lea Garofalo e di sua figlia è stata prodotta la serie televisiva The Good Mothers, distribuita su Disney Plus, che racconta la storia di queste due donne e della loro ribellione alla ’ndrangheta. La serie ha contribuito a far conoscere a un pubblico più ampio il coraggio di Lea e le sofferenze di Denise, trasformando una tragedia privata in un simbolo collettivo di resistenza.

Don Luigi Ciotti, che ha seguito Denise per anni, ha espresso il suo dolore con parole toccanti, definendola una giovane donna coraggiosa e sofferente e immaginandola ormai riunita in un abbraccio con la madre. La morte di Denise a trentacinque anni, la stessa età in cui Lea fu uccisa, ha chiuso un capitolo di una storia che continua a interrogarci sulle conseguenze intergenerazionali della violenza mafiosa e sul prezzo che ancora oggi pagano coloro che scelgono di opporsi al silenzio e alla rassegnazione.