Il 28 maggio 1974, alle ore 10:12, unn ordigno nascosto in un cestino dei rifiuti devastava Piazza della Loggia a Brescia, 8 morti. Quel tragico evento rappresenta certamente una delle pagine più buie della “strategia della tensione”, quel sanguinoso piano eversivo che tra il 1969 e il 1984 ha dilaniato l’Italia. Quella mattina, nonostante una pioggia battente, la piazza bresciana era gremita di lavoratori, studenti, insegnanti e sindacalisti, riuniti per manifestare pacificamente contro la preoccupante ondata di violenze neofasciste che stava colpendo la città sempre con maggior frequenza. Durante questa mobilitazione, la violenza politica si abbatté brutalmente sui presenti: l’esplosione provocò la morte di otto persone e il ferimento di oltre cento cittadini inermi. Le indagini della magistratura dovettero scontrarsi fin da subito con pesanti manovre occulte, volte a mistificare gli eventi e a coprire i reali colpevoli dell’attentato. Nonostante i tentativi di depistaggio messi in atto nelle fasi iniziali, gli inquirenti focalizzarono l’attenzione sull’estremismo di destra attivo sul territorio bresciano, in particolare sui militanti appartenenti allo schieramento extraparlamentare Ordine Nuovo.
La complessa ricerca della verità da parte degli organi inquirenti è stata ricordata recentemente dalle istituzioni. Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Brescia nel 2024, l’attuale Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha ricordato come l’attentato mirasse a colpire al cuore la Repubblica, uccidendo cittadini richiamati dal bisogno di partecipazione alla vita democratica. A distanza di cinquant’anni, la giustizia è stata in grado di accertare, oltre ogni ragionevole dubbio, la matrice neofascista e le responsabilità soggettive della strage, rimanendo tuttora impegnata con nuovi dibattimenti per dare risposte definitive ai familiari e alla comunità bresciana.
