L’editoriale

“Babbo, alzati ti prego”: la tragedia di Massa in un mondo silurato da odio e violenza

Ci sono storie che non lasciano spazio a interpretazioni, che non chiedono equilibrio, che non permettono di restare nel silenzio. Questa è una di quelle. Non siamo davanti a una “rissa finita male”, non siamo davanti a un episodio confuso da raccontare con prudenza, ma davanti a tre nomi: Ionut Alexandru Miron, 23 anni, Eduard Alin Carutasu, 19 anni, e un minorenne, e a una violenza così gratuita da non avere giustificazioni, così feroce da non avere sfumature. Una furia animalesca consumata in una notte d’aprile. Erano in piazza Felice Palma, nel pieno centro di Massa, a lanciare bottiglie di vetro contro un negozio per puro divertimento, per noia, per quella forma vuota e pericolosa di esaltazione che trasforma tutto in un gioco, e quando qualcuno ha provato a fermarli, quando Giacomo Bongiorni ha fatto quello che dovrebbe fare qualsiasi adulto, qualsiasi cittadino, cioè dire “ragazzi non si fa”, la tragedia inaspettata. Da quel rimprovero, infatti, non nasce una discussione: nasce un accerchiamento, la violenza del baby branco, una scena in cui più persone contro una scelgono di colpire, di continuare, di non fermarsi, mentre lui cade, mentre la situazione è già oltre, mentre basterebbe un secondo per capire che si è superato ogni limite, e invece no, si va avanti, fino a quando quel corpo a terra smette di reagire. E muore. Altri due calci, poi la fuga.

Ionut Alexandru Miron ed Eduard Alin Carutasu sono stati fermati poche ore dopo grazie alle telecamere e alle testimonianze, il minorenne è stato preso in carico dalla Procura dei minori di Firenze, e oggi l’accusa è quella di concorso in omicidio volontario, una parola che pesa ma che, per una volta, sembra semplicemente chiamare le cose con il loro nome. E mentre loro ora avranno modo di difendersi, di raccontare, di spiegare, dall’altra parte c’è una scena che non avrà mai una seconda versione, che non potrà essere riformulata, che resta lì, ferma, incisa, spenta, maledettamente silenziosa. Giacomo, non era solo, non un uomo qualunque che passava di lì: era con la sua famiglia, con la compagna Sara Tongiani, con il figlio di 11 anni, con persone che lo conoscevano, che lo amavano, dopo una serata normale, di musica, di vita, di quelle che non dovrebbero mai finire così. Pensate, volevano andare al kebab. E invece sono finiti nel girone della tragedia di un mondo silurato da odio e violenza. Ora sedetevi. Sedetevi perché anche la lettura, a volte, non è semplice. Perché c’è quel momento. Quel momento che va oltre la cronaca, oltre le indagini, oltre qualsiasi parola detta o scritta. Un bambino che resta accanto al padre. Che gli prende la mano. Che lo chiama, lo chiama disperato. “Babbo, alzati. Per favore alzati”. Una richiesta intrinseca di tutto: c’è l’incomprensione, c’è la paura, c’è la fiducia che un padre si rialzi sempre, che torni sempre, che risponda sempre, perché il padre è forte, è il super eroe. E allora qualcuno prova a rianimarlo, mentre Sara si inginocchia, gli tiene la testa tra le mani, vede il sangue uscire, capisce che qualcosa si sta spegnendo, e non può fare niente.
A luglio si sarebbero sposati, avevano una casa nuova, una vita che stava andando avanti senza fare rumore, senza disturbare nessuno, e invece si è fermata lì, su una fredda strada d’Aprile, in una notte di sangue nata da un delirio criminale. E chiedo scusa ai criminali. E allora no, non basta dire “tragedia”, non basta dire “episodio di violenza”, perché qui c’è una responsabilità precisa, c’è l’ennesima baby gang che ha scelto di trasformare un rimprovero in una condanna, che ha scelto di andare al di là di ogni ragionevole scelta. Hanno stroncato la vita di un padre, distrutto la vita di un figlio e annientato ogni progetto futuro di una famiglia uscita per un kebab. Che si amava, che passeggiava, che ha reagito di fronte a tre piccoli perditempo eccitati dallo spaccare la cosa altrui. E poi c’è lui, il figlio. Un bambino che ha visto morire suo padre tenendogli la mano, chiamandolo fino all’ultimo, aspettando una risposta che non arriverà mai più. La risposta ora la darà la giustizia, si spera. Una risposta ferma, precisa, vera, leale. Una risposta che, in un lontano futuro, si spera possa garantire almeno quel senso di giustizia, nei confronti di un padre che ha avuto la sola colpa di trovarsi nel luogo sbagliato al momento sbagliato e, forse, anzi, sicuramente, in un mondo sbagliato. Maledettamente sbagliato.