Cronaca

Caro-affitti in Toscana, oltre 300 docenti rinunciano al ruolo: lo stipendio non basta più

La situazione è particolarmente complessa nei capoluoghi più cari come Firenze, ma le difficoltà di spostamento toccano anche l’hinterland e i collegamenti provinciali.

Il sogno del “posto fisso” nella scuola, per decenni il traguardo più ambito, oggi si scontra con un’equazione che non torna più. A pochi giorni dall’inizio delle lezioni, oltre 300 docenti hanno rinunciato all’immissione in ruolo negli istituti della Toscana. La ragione, spiegano i sindacati sulle colonne di Repubblica, è il caro-affitti, che rende insostenibile trasferirsi in regioni dove il costo della vita è più alto. Secondo i calcoli di Uil Scuola e Flc Cgil, con una retribuzione media di circa 1.450 euro al mese, l’affitto da solo assorbe oltre un terzo dello stipendio (una media di 550 euro) e per il personale ATA arriva a sfiorare il 50% delle entrate. Aggiungendo bollette, trasporti e carburante, il bilancio mensile si chiude in negativo per circa 190 euro.

Secondo le stime della Flc Cgil, le rinunce hanno riguardato circa 250 cattedre di posto comune e una sessantina di posti sul sostegno. La situazione è particolarmente complessa nei capoluoghi più cari come Firenze, ma le difficoltà di spostamento toccano anche l’hinterland e i collegamenti provinciali.

I sindacati hanno lanciato l’allarme soprattutto per la scuola dell’infanzia e la primaria, settori che rischiano di iniziare le lezioni con una carenza organica. Per diversi docenti originari del Mezzogiorno, l’opzione di rimanere precari al Sud – contando sulla rete familiare o su costi residenziali contenuti – appare più vantaggiosa rispetto al trasferimento a Firenze o in altre città toscane. Non mancano casi di insegnanti che preferiscono trasferirsi altrove (come a Trento) grazie a sostegni logistici migliori, o di chi è costretto a condividere stanze doppie come durante gli anni dell’università.

In questo contesto si inserisce la proposta del CNDDU: l’istituzione di un contributo economico mensile fino a 200 euro per sostenere il personale scolastico pendolare o fuori sede. L’obiettivo è compensare le spese vive sostenute per benzina, autostrade e abbonamenti ai mezzi pubblici, che riducono drasticamente il valore reale della retribuzione. La proposta prevede un rimborso non generalizzato, ma modulato secondo criteri di equità, valutando la distanza in chilometri, l’effettiva carenza di collegamenti pubblici e le spese documentate, utilizzando l’indicatore ISEE come parametro integrativo ma non esclusivo.

Garantire una mobilità sostenibile ai docenti permetterebbe inoltre, secondo il sindacato, di coprire con maggiore stabilità le cattedre situate nei piccoli comuni, nelle aree montane o nelle scuole più isolate del Paese. In questo modo si tutelerebbe non solo la dignità economica dei lavoratori, ma anche il diritto allo studio e la continuità didattica per gli studenti delle aree geograficamente più svantaggiate.

(Fonte orizzontescuola.it)