Cronaca

Operaio trovato morto dal figlio nella cava, era il capocantiere, aveva appena finito il turno

Ancora un morto sul lavoro. Ieri 26 giugno , poco dopo le 16 e 30, ad Attilio Cipriani, 52 anni, capocava con quindici anni di esperienza alla Micromarmo Granulati nelle Cave Rie Lunghe di Grezzana, è bastato un attimo di distrazione o forse solo la routine di fine turno per concludere tragicamente la sua giornata di lavoro. Stava ultimando le operazioni di messa in sicurezza quando una lastra di marmo, o un grosso masso, si è staccata improvvisamente schiacciandolo. A trovarlo senza vita è stato uno dei suoi figli, che insieme al fratello lavorava nella stessa azienda. Una scena devastante che ha lasciato sgomenta l’intera comunità di Stallavena e che riaccende, ancora una volta, i riflettori su un settore dove la morte sul lavoro continua a presentarsi con una regolarità inquietante. Attilio non era un novellino. Era considerato “la gioia del cantiere”, come lo ha ricordato con commozione il sindaco di Grezzana e presidente dell’azienda Arturo Alberti. Eppure nemmeno l’esperienza accumulata in anni di fronte di cava è bastata a proteggerlo da un rischio noto e purtroppo ricorrente: il crollo improvviso di materiale instabile.

Le indagini dello SPISAL dell’ULSS 9 Scaligera e dei Carabinieri sono in corso per accertare se siano state rispettate tutte le procedure di bonifica del fronte, le valutazioni di stabilità geologica e le misure previste dalla normativa specifica per le attività estrattive. E qui arriva il nodo che fa più rabbia. In Italia le cave sono regolate da un quadro normativo solido sulla carta: il DPR 128 del 1959 sulle norme di polizia delle miniere e delle cave, integrato dal decreto legislativo 624 del 1996 e dal Testo Unico sulla sicurezza 81 del 2008. Si parla di Documento di Sicurezza e Salute obbligatorio, esame preventivo delle bancate, bonifica accurata prima di qualsiasi intervento, zone interdette sotto i fronti e formazione specifica per riconoscere i segnali di instabilità. Norme chiare, scritte con il sangue di troppe tragedie passate. Eppure, come dimostra questo caso veronese, qualcosa continua a non funzionare nella catena della prevenzione. Guardando i numeri del settore estrattivo emerge un quadro che dovrebbe far vergognare chiunque. Nel quinquennio 2015-2019, solo nel comparto estrazione di pietra, sabbia e argilla, l’INAIL ha registrato oltre duemila denunce di infortunio, con ventidue morti accertate. La Toscana, con il suo distretto marmifero apuano, e la Lombardia pagano il prezzo più alto, ma nessun territorio è immune. I cavatori, gli escavatoristi e i manovali di cava restano tra le figure più esposte, con dinamiche che si ripetono: fratture da schiacciamento, crolli di porzioni di bancata, mancata bonifica.

Incidenti spesso evitabili se si applicassero rigidamente le buone prassi INAIL e le prescrizioni regionali. Il 2026 non ha portato la svolta sperata. Nei primi quattro mesi dell’anno le denunce di infortuni mortali sul lavoro in Italia hanno toccato quota 278, di cui 196 in occasione di lavoro. Un leggero calo rispetto allo stesso periodo del 2025, certo, ma pur sempre quasi duecento famiglie distrutte in pochi mesi. Le costruzioni, il manifatturiero e i trasporti continuano a macchiarsi di sangue, mentre il Veneto, regione industriale e produttiva, registra un’incidenza sopra la media nazionale. Nel primo trimestre si contavano già 192 vittime totali, con un calo dell’8,6% rispetto all’anno precedente ma numeri che rimangono inaccettabili per un Paese civile. Ogni volta che una di queste tragedie finisce sui giornali si leva il coro di cordoglio, si promettono controlli più severi, si invocano maggiori investimenti in formazione e tecnologia. Poi passa qualche settimana e tutto torna come prima. Quante volte abbiamo sentito dire che “la sicurezza costa troppo” o che “in cava si è sempre fatto così”?

Attilio Cipriani, come tanti altri prima di lui, pagano con la vita questa logica perversa. Non si tratta di fatalità geologica, ma troppo spesso di negligenza organizzativa, di valutazioni dei rischi frettolose, di procedure scritte nei documenti ma ignorate sul campo. È ora di smetterla con le dichiarazioni di circostanza. Servono ispezioni vere, sanzioni pesanti per chi taglia sui costi della prevenzione, formazione continua e obbligo di tecnologie di monitoraggio dei fronti che oggi esistono ma vengono adottate troppo lentamente. Le cave producono ricchezza per il Paese, ma non possono continuare a produrre vedove e orfani con questa frequenza. La morte di Attilio non deve essere solo un’altra riga nelle statistiche INAIL. Deve diventare il punto di non ritorno per pretendere che la sicurezza smetta di essere un optional e diventi la regola non negoziabile di ogni turno di lavoro. Altrimenti continueremo a contare morti inutili, uno dopo l’altro, fingendo sorpresa ogni volta.