Ancora una volta il mondo si divide in due blocchi: da un lato gli Usa e il Giappone e dall’altro la Cina e i Paesi del Brics
Il nuovo assetto della politica internazionale se una parte, quella Occidentale, si trova su un pericoloso piano inclinato, l’altra, l’Oriente e per estensione quello che oggi viene definito “grande sud” (che comprende gran parte dei paesi che una volta erano definiti “non allineati” o addirittura bollati come terzo mondo) cerca di non far ribaltare il tavolo. I “due mondi” sono inevitabilmente connessi e da qualunque punto di vista si osservi non si può certo affermare che l’Occidente stia messo meglio di paesi che con una certa supponenza eravamo abituati a considerare in via di sviluppo, come se l’unico sviluppo possibile fosse quello che, come il nostro, punta sulla crescita esponenziale. La crescita all’interno di un sistema chiuso, qual è il nostro pianeta, non può travalicare i limiti del sistema, un concetto davvero elementare.
In soldoni (è proprio il caso di dirlo) da quando in questa parte del mondo si è svincolata la moneta nazionale dal valore dell’oro, ovvero dalle riserve auree, attribuendo al dollaro lo status di valuta per gli scambi internazionali, ci si è consegnati alla finanza con le sue speculazioni – l’azzardo dei giochi di borsa – che hanno determinato l’ascesa di una ristretta oligarchia di plutocrati a detenere le redini del potere, un aspetto inquietante questo che è centrale nell’enciclica di Papa Leone come avevo accennato in un precedente articolo. Mi scuserete per la eccessiva semplificazione, d’altra parte non sono un esperto di economia, disciplina che, in ogni caso, non ha le caratteristiche per essere definita scienza. Dovrebbe essere chiaro a tutti che permettere a soggetti privati di accumulare ricchezze tali da superare il PIL di alcuni stati è una follia. Fa male, davvero, e possiamo osservarlo nei comportamenti ossessivo-compulsivi di questi magnati che condizionano ogni aspetto del nostro stile di vita. Accettiamo lo spreco più totale, basta osservare in maniera del tutto superficiale quanta merce viene gettata dalle rimanenze delle attività commerciali, quanto cibo viene buttato nel percorso che va dal produttore al consumatore (praticamente la metà di quanto ne viene prodotto nel mondo), quante costruzioni pubbliche o meno giacciono abbandonate in stato di rovina, comprese alcune cosiddette grandi opere, e quanta gente dorme per strada.
Sono osservazioni banali, che tutti possono fare, eppure la base del problema della società occidentale (ma non solo) è tutto qui. Da una parte l’eccessiva e ridondante importanza conferita al destino individuale dell’uomo che si è fatto da solo (un falso mito), dall’altra l’individuo che non ha avuto egual fortuna viene abbandonato a sé stesso. Una deriva ideologica da più parti definita come neo calvinismo, in pratica sarebbe Dio che stabilisce chi è meritevole di arricchirsi e chi no. In tutto ciò affiora un sovranismo di facciata (guarda un po’, ci siamo anche noi) che non ha alcun riscontro nei fatti in quanto sono i privati che controllano e definiscono i percorsi “politici” nazionali di una classe dirigente, quella occidentale, che ha abdicato al proprio ruolo di cerniera tra il lavoro e il capitale schierandosi apertamente con quest’ultimo. Abbiamo creato un sistema che premia la fedeltà, il merito spesso evocato a sproposito non esiste, esistono le competenze e se si continua a scartare e ignorare chi le ha per favorire chi ha le conoscenze “giuste” o magari ha solo seguito meglio le procedure burocratiche il destino di questa parte del mondo è già segnato. Non si pensi che sia così solo in Italia, moltissimi problemi stanno venendo fuori a causa soprattutto della irresponsabilità dei paesi baltici, di quelli del nord Europa e dei cosiddetti “frugali” che di frugale non hanno proprio nulla. Questo senza contare il paese che attualmente si trova a maggior rischio di violente derive fasciste ovvero l’Inghilterra.
Il mondo di oggi appare immemore delle due guerre mondiali, che il secolo scorso hanno causato la scomparsa di milioni di persone, e ancora una volta va dividendosi in due blocchi: da una parte l’Occidente a traino USA (con Giappone, Corea del Sud, Australia in più l’India che gioca su tutti i tavoli) e dall’altra la Cina e i paesi che in qualche modo ruotano attorno all’ASEAN e ai BRICS. Paesi non solo asiatici ma anche africani e sudamericani. Non si tratta di una contrapposizione stile guerra fredda, anche perché altro che fredda, oggi la guerra è oltremodo calda e con l’estate le cose potrebbero peggiorare. Non sto scherzando perché da che mondo è mondo si tratta della stagione migliore per intraprendere una campagna militare, chiedere a Israele che è intenzionata ad annettere una parte del Libano meridionale.
Sul fronte del Medio Oriente è tuttavia delle ultime ore la notizia di un primo abbozzo di accordo tra Iran e Stati Uniti, accordo che Donald Trump con la consueta boriosa spavalderia da affarista vorrebbe intestarsi ma che cela una realtà che, permettetemi, vado scrivendo dall’inizio del conflitto: vittoria strategica per la Repubblica Islamica dell’Iran che per altro ha messo sul tavolo questioni delicate con molta moderazione dimostrando di essere un paese credibile. L’ormai famosissimo Stretto di Hormuz verrà riaperto a certe condizioni, vedremo se sarà scongiurata l’impennata dei prezzi del petrolio, evocata a 150 $ al barile se entro luglio non si fosse sbloccata la situazione. Dal punto di vista economico l’Europa sta già soffrendo il contraccolpo di questa crisi, contraccolpo che sembra preoccupare di meno il mondo multipolare: la Cina con la sua economia di mercato mista tra pubblico e privato, fortemente controllata e pianificata dallo stato secondo linee guida flessibili ha le carte in regola per reggere le conseguenze economiche della crisi.
Ma non solo: l’economia cinese si basa sulla produzione, sull’import-export di materie prime, manufatti e ora anche alta tecnologia, in un sistema di scambi con il resto del mondo che non può essere fermato nemmeno dai conflitti. La Repubblica Popolare ha le spalle sufficientemente larghe per impedire che la crisi si estenda troppo come accadde nel 2008. Staremo a vedere.
