Il brusco passaggio dall’analogico al digitale, pregi e difetti di una rivoluzione totale
E’ chiaro a tutti, si spera, quanto il passaggio dalla civiltà analogica a quella digitale abbia rivoluzionato completamente tutti i settori, dal lavoro alla politica, investendo completamente ogni aspetto delle nostre esistenze. Ma andiamo a fare qualche breve riflessione in merito. Rispetto all’analogico il supporto digitale risulta più leggero, più economico, più trasportabile, pensiamo per es. a un file di testo riproducibile e duplicabile infinite volte, estremamente più pratico che mettersi a fare fotocopie. Un altro evidente vantaggio della scrittura elettronica è la gestione del testo estremamente più efficace che scrivere a macchina o a mano. Tuttavia meglio non perdere l’abitudine di prendere almeno gli appunti per iscritto. Lo svantaggio del supporto digitale riguarda più che altro la fruizione ovvero la lettura: la praticità di un libro non si batte, lo dimostra il relativo insuccesso delle edizioni in formato elettronico. Un tempo si pensava che attraverso l’informatica si sarebbe risparmiata carta a tutto vantaggio dell’ambiente, a parte che nella realtà dei fatti ciò non è accaduto, è una convinzione equivoca in quanto l’uso della rete a livello globale ha fatto aumentare i consumi in maniera esponenziale con una forte ricaduta sulla biosfera.
Ora puoi acquistare tutto comodamente da casa senza usare l’auto e questo determina la percezione di aver risparmiato ma nei fatti non è così. Il tuo piccolo illusorio risparmio personale è un contentino che ti impedisce di guardare il problema nella sua globalità: in questo preciso istante in rete circolano miliardi di euro in tutte le valute del mondo tra piccole e grandi transazioni e un esercito di navi cargo, camion e furgoni si mobilita ogni giorno per le consegne. Tralasciando i grossi movimenti delle società transnazionali – che rappresentano il vero problema e la vera sfida per il nuovo assetto sociale che si sta configurando nel XXI secolo – la possibilità di acquistare in rete 24 h su 24 per 365 giorni all’anno determina che i beni e i servizi diventino così soggetti a cambi repentini dei costi e delle condizioni per l’utente finale anche più volte nell’arco di una giornata. Vi siete mai chiesti come mai le grandi piattaforme di vendita online offrono la possibilità di reso senza alcuna spesa accessoria? Il motivo è molto semplice: hanno un volume d’affari tale da poterselo permettere, e in questo modo ti convincono a comprare da loro e non al negozio sotto casa che – bisogna dire anche questo – non sempre riesce a soddisfare appieno le esigenze del cliente.
L’illusione della gratuità. Questo è probabilmente il primo dei grandi inganni delle piattaforme social mentre nella realtà le cose sono ben diverse: non solo paghi ma pure tanto in termini di connessione, energia elettrica, dati, contenuti (siamo noi utenti che teniamo in piedi la baracca) e, va detto, anche salute mentale. Da quando il grande pubblico ha scoperto la rete, dopo la diffusione capillare degli smartphone, il cyberspazio ha subito una drastica riduzione del sano confronto tra persone civili per fare spazio a tutta una serie di frustrazioni che hanno trovato la dimensione adatta, spesso quella dell’anonimato, per sfogarsi. Intendiamoci: questo tipo di frustrazioni sono sempre esistite, la differenza sta nella loro pervasività nell’ambito della pubblica opinione. Consideriamo che in rete i bot hanno superato la presenza umana, si tratta di un fenomeno piuttosto singolare del quale si avvalgono gli organi di propaganda statale e privata, interna ed estera. In sostanza a cosa servono: a creare discussioni, polemiche, interazioni su un argomento adatto a ingaggiare utenti reali e indirizzarli su un dato contenuto che può essere un prodotto, un gruppo musicale o il politico di turno. Generando false discussioni – a parte la truffa sui numeri di utenti, like, condivisioni ecc… – si riesce a far acquistare un determinato bene o servizio, a far ascoltare un certo brano musicale o addirittura a generare consenso, che poi si tradurrà in voti, per un personaggio politico.
Come abbiamo potuto vedere negli ultimi confronti militari tra USA e Iran la battaglia dei meme e dei video generati dalla intelligenza artificiale è a pieno titolo parte del conflitto. La cosa per altro non deve stupire: nel secolo scorso i nascenti media come radio, cinema e televisione hanno esercitato la stessa funzione, è solo un tassello in più considerato che i media si accumulano più che sostituirsi a vicenda. Riguardo l’intelligenza artificiale sia in Cina che – in parte – negli Stati Uniti i governi iniziano a porsi il problema della sicurezza nazionale – e non solo – soprattutto relativamente a certi potenti modelli di IA che nelle mani di gruppi terroristici e criminali possono diventare estremamente pericolosi. In particolare la Cina si prepara a una stretta relativamente al rilascio di modelli IA potenzialmente problematici dal punto di vista militare implementando nel contempo quelli utili alla vita civile.
Un’altra problematica assai scottante riguarda il controllo di massa. A mio parere erroneamente si attribuiscono a sistemi politici come quello cinese la responsabilità di limitare la libertà individuale dei cittadini, ma cerchiamo di guardare la cosa da un altro punto di vista. La Cina è praticamente un mezzo continente, una sua provincia è grande quanto uno stato europeo di media grandezza e forse più. Conta un miliardo e duecento milioni di persone e nel valutarne l’assetto statale, sociale e politico non possiamo non considerare estensione territoriale e densità di popolazione. La preoccupazione principale in casi del genere è quella di uno stato totalitario che occupi e influenzi ogni aspetto della vita dei propri cittadini, nessun sistema è perfetto e in qualche risvolto la critica ci può anche stare, ma a ben vedere in Occidente non stiamo messi meglio. Noi che abbiamo dato libero sfogo all’individuo mettendolo al centro di tutto e abdicato alla dimensione comunitaria, salvo inventarci identità che non esistono, così facendo abbiamo ceduto tutto in mano ai privati. Sono loro che ci controllano più che lo stato ed è di loro che dobbiamo preoccuparci.
Un’altra problematica assai sensibile di livello primario riguarda il tempo. La dimensione del tempo nell’epoca digitale ha subito una svolta drammatica nel momento in cui in rete ogni microsecondo è tracciato e assume un valore commerciale. Ne consegue che anche il linguaggio risenta di questa influenza, ormai tutto pare comunicazione commerciale, anche le conversazioni personali, ma non solo: gli hobby, le passioni e perfino stralci di vita quotidiana diventano potenzialmente monetizzabili. Sulla strada tracciata dagli influencer o da ciò che ne resta gli utenti si prestano a partecipare anche passivamente a campagne pubblicitarie o comunque a sponsorizzare prodotti magari in cambio di qualche fornitura: se continuiamo su questa china tutti saremo in qualche modo coinvolti in queste dinamiche dettate dalle grandi aziende transnazionali e la massima aspirazione individuale sarà diventare il testimonial di qualche prodotto.
Nel campo della musica a livello del mainstream (ma non solo) hanno fatto recentemente parlare le dichiarazioni di alcuni esponenti di grandi etichette discografiche che hanno candidamente ammesso la truffa dei numeri riguardanti le visualizzazioni, gli ascolti, i follower e i like di molti artisti di fama mondiale che risultano truccati o comprati. Era il segreto di Pulcinella a dire il vero e potrebbe sembrare una questione relativa al mondo dello spettacolo ma lo stesso meccanismo delle cosiddette streaming farm può essere applicato a qualunque contenuto. In pratica alcune tra le maggiori case discografiche allestiscono stanze piene di smartphone collegati tramite account fittizi con le maggiori piattaforme di streaming e download e in questo modo generano ascolti e visual per i loro artisti. Non solo, come accennavo in precedenza tramite i bot vanno a generare discussioni sotto i contenuti di loro interesse per far sì che diventino virali coinvolgendo anche utenti reali. Una dinamica che facilmente viene applicata anche in politica.
Le altre problematiche che invece stanno emergendo sempre più pressanti riguardano la crisi dei chip, delle RAM e la questione spinosa dei data center. Conseguentemente al caos internazionale provocato dai conflitti in atto, dall’enorme spreco a uso bellico di materiale informatico ma evidentemente non solo per questi motivi la fabbricazione di componentistica hardware per computer e telefonia sta subendo una decelerazione dovuta allo all’approvvigionamento di materie prime essenziali che evidentemente scarseggiano. In relazione a ciò avremo pc e smartphone meno efficienti ma questo è davvero un problema visto l’uso limitato che ne facciamo? Quello dei data center al contrario è un problema molto serio, lo spazio sui cloud che usiamo è ormai saturo dei miliardi di contenuti che vengono pubblicati giornalmente, si inizia a parlare di cancellare i meno rilevanti in termini di visualizzazioni o ascolti per far spazio ai contenuti virali che molto spesso altro non sono che fesserie. Nel momento in cui la foto di quello che mangia la gente totalizza milioni di visualizzazioni ti rendi conto che qualcosa non ha funzionato nel verso giusto. I data center sono già un problema spinoso, sia per i nostri dati immagazzinati, per cui tutti senza esclusione siamo ricattabili, sia per l’impatto sull’ambiente e sul suolo. Negli USA l’abnorme consumo di acqua e di territorio ha già provocato gravi disagi nelle cittadine vicino alle quali sono stati collocati questi mostri tecnologici e a quanto si apprende hanno iniziato a collocarli anche da noi.
