Gli Stati Uniti di Trump vorrebbero coinvolgere la Nato nel conflitto in Iran per loro interesse
Gli attacchi israeliani alle infrastrutture energetiche iraniane sono del tutto irresponsabili nei confronti del mondo intero e non solo dell’Iran. In particolare, come avevo accennato in un precedente intervento, un missile è atterrato a poche centinaia di metri dal reattore nucleare, provvidenzialmente spento dagli iraniani, nella località di Bushehr il che è più che una minaccia ma il tentativo da parte di Israele di spingere verso l’opzione nucleare in quanto, se il sito fosse stato colpito, ciò avrebbe costretto l’Iran a bersagliare i siti israeliani nella città di Dimona, gestiti dall’Autorità Israeliana per l’Energia Atomica, e le conseguenze sarebbero un incubo senza fine. Con un atto simile gli israeliani vogliono cinicamente capire fino a che punto l’Iran è disposto a spingersi e come reagirebbe l’opinione pubblica mondiale a una catastrofe apocalittica.
Altro atto estremamente grave da parte di Israele è stato l’attacco deliberato ai giacimenti di gas di South Pars in Iran, condivisi in parte con il Qatar, per cui l’Iran ha risposto colpendo la parte situata in Qatar. Il presidente USA Trump ha avuto da lamentarsi in quanto ha asserito di non sapere nulla dell’attacco israeliano a questo sito aggiungendo che non dovrà più accadere a meno che l’Iran non colpisca il Qatar “impudentemente”. Tutto questo perché si tratta di una infrastruttura vitale di approvvigionamento energetico per l’Iran e la risposta da parte iraniana non si è fatta attendere: ha già colpito strutture analoghe situate in Kuwait. Le “preoccupazioni” di Trump dipendono dagli aumenti dei prodotti petrolchimici causati dalla sua azione dissennata e di conseguenza dalla risposta iraniana non certo da un qualche slancio umanitario. E’ quasi superfluo sottolineare l’impatto devastante che avrebbe la minacciata distruzione completa di questi impianti sull’economia mondiale che troverebbe l’Europa scoperta e completamente impreparata a provvedere al fabbisogno di petrolio e di gas, il Qatar e l’Iraq hanno già bloccato le esportazioni dalle quali dipendiamo enormemente. Lo “sconto” del nostro governo sulla benzina è un ridicolo contentino, inutile e dannoso, in quanto per finanziarlo si sottraggono risorse a settori già ampiamente critici come la salute pubblica.
Durante l’incontro del 19 marzo 2026 alla Casa Bianca con la premier giapponese Takaichi, Trump ha asserito di aver raccomandato a Netanyahu di non attaccare i siti di South Pars ma sua detta non lo ha ascoltato; evidentemente qualcosa tra i due leader alleati funziona a intermittenza visto che la parte israeliana sostiene che l’attacco era stato approvato dagli USA. Ormai la diplomazia fa acqua da tutte le parti, basti pensare al trattamento sopra le righe e alle frasi irrispettose che spesso il presidente degli Stati Uniti rivolge agli ospiti negli incontri ufficiali. A questo proposito riferendosi all’improvviso attacco all’Iran Trump si è rivolto alla premier giapponese chiedendole di Pearl Harbour. Bel modo di trattare gli alleati, considerato per altro che dopo la resa del Giappone nella seconda guerra mondiale, conseguente allo sgancio degli ordini atomici su Hiroshima e Nagasaki, il paese fu sotto amministrazione militare USA per anni ed è sempre rimasto nella loro sfera d’influenza.
Dopo questo incontro, guarda caso, alcuni paesi della Nato che prima avevano risposto picche all’appello di Trump alla mobilitazione per difendere il passaggio nello stretto di Hormuz, hanno fatto parziale marcia indietro. Regno Unito, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi e Giappone in un documento congiunto si sono resi disponibili con qualche sfumatura in quanto, oltre allo sforzo economico, la richiesta USA comporterebbe l’invio di navi da guerra. I nostri ministri tendono a “rassicurare”: Crosetto ha dichiarato che senza una tregua non ci sarà nessuna missione seguito a ruota da Tajani che ha fatto sapere che il documento firmato è di carattere politico e non militare. Ci credo poco ma staremo a vedere altrimenti vuol dire che siamo parte in causa dell’ennesima guerra non dichiarata e quindi possibili obiettivi. Certo pensare a “cellule dormienti” di iraniani pronti a farsi saltare in aria in giro per l’Europa, come ha detto il ministro della Difesa, per me non sta né in cielo e né in terra. Qui ci stanno chiamando al sacrificio, gli Stati Uniti di Trump vogliono indietro quello che credono di averci dispensato nei decenni della loro egemonia e ora che rischiano seriamente la caduta dal punto di vista economico, sia per tutto ciò che è legato al settore energetico, sia per i costi esorbitanti di questa ennesima e fallimentare follia, vogliono trascinarci a fondo.
Non è un caso che, in relazione alle preoccupazioni di carattere economico, nella giornata di ieri 20 marzo 2026 l’agenzia di stampa Reuters ha battuto una notizia emblematica: il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Bassent ha dichiarato che le sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano saranno sospese per un periodo di tempo (con lo scopo di indebolire la Repubblica Islamica che conta sullo shock economico determinato dall’aumento dei prezzi) e a quanto si apprende questa misura andrà in vigore da oggi. Una concessione che cela forse da parte del “deep state” americano la volontà di cercare di uscire dalla situazione difficile in cui il presidente – ricordiamolo senza il voto del Congresso – si è andato a ficcare per compiacere l’alleato israeliano. L’abolizione delle sanzioni ovviamente era una delle richieste fondamentali messe sul tavolo delle trattative dall’Iran per cui la strategia messa in campo con la chiusura di Hormuz sta iniziando a dare i suoi frutti. Trump ha anche affermato di non avere l’intenzione di inviare truppe di terra in Iran per quanto secondo molte indiscrezioni rivelate dalla Cnn un contingente di almeno 5.000 marines si starebbe dirigendo verso il Medio Oriente. Altre fonti citate da Reuters parlano di un possibile loro impiego per occupare la piccola isola di Kharg, nei pressi dello stretto di Hormuz, o lungo le coste per garantire il passaggio alle navi commerciali. Tutta questa faccenda si sta rivelando estremamente costosa al punto che Pentagono e Casa Bianca vorrebbero chiedere 200 miliardi di dollari al Congresso per finanziarne il proseguimento.
Anche in Israele, per giusta ritorsione aggiungerei a questo punto, la raffineria di Haifa è stata presa di mira dagli iraniani e, a quanto pare, è stata colpita da un frammento proveniente da un missile intercettore che ha provocato l’incendio di un edificio della struttura. Riapparso in TV il premier Netanyahu che in una conferenza stampa trasmessa dalla televisione israeliana ha testimoniato di essere ancora in vita a dispetto delle speculazioni che erano circolate sulla sua sorte aggiungendo che l’Iran non è più in grado di arricchire l’uranio né di produrre missili balistici e che quindi Israele sta raggiungendo gli obiettivi prefissati. Continuano incessanti anche i bombardamenti e le incursioni dell’IdF in Libano dove le vittime dall’inizio di questa nuova operazione militare israeliana indirizzata verso Hezbollah hanno tragicamente superato il migliaio.
E l’escalation pare non fermarsi: nella giornata di oggi 21 marzo 2026 i media iraniani hanno diffuso la notizia dell’ennesimo attacco congiunto di USA e Israele all’impianto nucleare di Natanz nell’Iran centrale, non si segnalano perdite di materiale radioattivo. L’agenzia di stampa iraniana Mehr ha invece confermato che le forze armate iraniane hanno lanciato due missili balistici verso la base situata nell’isola Diego Garcia nell’Oceano Indiano a circa 4000 chilometri dall’Iran dove si rifornisce la Marina USA. Fatto molto significativo in quanto evidentemente la gittata dei missili in dotazione alle forze iraniane è superiore a quanto valutato dagli avversari.
