L’ormai ex premier britannico sir Keir Starmer si è dimesso sia dal vertice del Partito laburista che dalla carica di primo ministro ricoperta per quasi due anni annunciandolo in un discorso alla stampa ritualmente schierata davanti al numero 10 di Downing Street. Il calo di popolarità e di consensi, anche dentro il suo partito, ha spinto Starmer a rassegnare le dimissioni favorendo l’ascesa dell’ex sindaco di Manchester e neo deputato Andy Burnham come suo probabile sostituto in seno al Labour. Forte del recente successo elettorale nelle elezioni suppletive Burnham ha dichiarato di volersi candidare alla guida del Partito laburista ringraziando il premier dimissionario per il servizio svolto al paese e al partito in un periodo particolarmente difficile come quello che sta attraversando il Regno Unito, scosso da fremiti reazionari e neo fascisti. Il Comitato esecutivo nazionale del Partito laburista, sotto richiesta di Starmer, dovrebbe eleggere il nuovo leader tra il 9 e il 16 luglio prossimo prima della chiusura estiva del Parlamento britannico anche se la possibile candidatura unica di Andy Burnham potrebbe chiudere subito il discorso. Sir Starmer ha per altro avvertito il re che rimarrà comunque in carica finché non si sarà trovato un successore per evitare pericolosi vuoti di potere. Subito all’attacco Nigel Farage, tra i principali fautori della Brexit alla guida del partito filo trumpiano Reform UK, che ha chiesto a gran voce elezioni politiche evocando un cambiamento radicale che in realtà relativamente al contesto britannico abbiamo già potuto rilevare – in negativo – in seguito all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.
Ma quali possono essere le cause che hanno determinato l’uscita di scena di Starmer? In effetti già il suo ruolo nella scena internazionale era apparso evanescente, i suoi detrattori interni gli hanno spesso rimproverato di non avere capacità politiche, d’altra parte egli stesso una volta aveva ammesso di non capire la politica, un punto di vista piuttosto singolare per un personaggio che si candidava a governare un paese. Secondo molti il suo approccio legalitario molto attento alle procedure si è rivelato essere il suo punto debole; tra le altre cose gli accusano la mancata analisi dei disordini razziali scoppiati poche settimane dopo il suo insediamento che, come hanno dimostrato anche i recenti fatti di Belfast, non sono riconducibili unicamente a rigurgiti di estrema destra ma celano un malcontento sociale assai diffuso nel paese e cavalcato dagli estremisti.
Dal punto di vista interno già nel suo discorso di insediamento, nel quale aveva affermato che le cose sarebbero peggiorate, Starmer aveva dato prova di non avere proprio la stoffa di un Churchill, ma la botta finale che ha determinato la disillusione dell’elettorato laburista – e non solo – è stata è stata il taglio dei sussidi per il riscaldamento ai pensionati. Il Partito laburista di Starmer si era presentato come più “pulito” dei conservatori ma poi si è rivelato non esente da scandali di natura finanziaria e senza avere un programma politico decente sul destino del paese. La nomina del più che chiacchierato Lord Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Per quello che riguarda le reazioni internazionali il Cremlino ha fatto sapere attraverso l’agenzia Interfax che le relazioni tra i due paesi difficilmente cambieranno con un nuovo premier, relazioni che sotto la guida di Starmer sono state praticamente nulle. La cosa è chiara in quanto i due paesi attualmente si detestano e sarà difficile che le cose cambino nel breve periodo. Lavata di faccia, come si dice volgarmente, da parte di Ursula Von der Leyen nei confronti dell’ex premier britannico dopo le annunciate dimissioni: dichiarazioni spropositate per elevarlo al rango dello statista che a tutti gli effetti non è. Di Sir Winston ne nasce uno in un secolo, forse.
