Cronaca

Schiavi dell’algoritmo: dentro il sistema Glovo che decide tutto, tranne i diritti dei rider

Chi sono, dove lavorano, come vengono pagati e perché nessuno li tutela. Un’inchiesta nel cuore di una piattaforma che non risponde. Il 19 aprile 2026, in strada della Creusa, sulla collina di Torino, viene trovato morto Adnan Salah Elsayed, 32 anni, rider. Una notizia che in poche ore scompare dai feed delle agenzie ma che apre una domanda rimasta senza risposta, quella su chi siano davvero le persone che ogni giorno consegnano cibo a domicilio, come lavorano e per chi. Da quel fatto di cronaca nasce questa inchiesta. Abbiamo intervistato due rider con oltre dieci anni di esperienza.

Ilenia ha quarant’anni e fa la rider da dieci. Ha iniziato a Londra, quasi per gioco. «Era molto difficile perché non esistevano gli smartphone; usavamo i walkie-talkie e l’inglese per una veneta non era semplice all’inizio.» Tornata in Italia, a Torino, inizia con Foodora, il primo servizio di food delivery in città, poi acquisito da Glovo. Confusione, poca organizzazione. Si sposta su Just Eat, ci resta alcuni anni, poi torna su Glovo quando la piattaforma sembra stabilizzarsi. I guadagni inizialmente erano buoni, il lavoro abbastanza distribuito. Poi arriva il free login, e con lui cambia tutto. A spiegare cosa sia il free login è Tony, trent’anni circa, sette anni di consegne. «Sono in causa con Glovo perché chiedo la subordinazione», dice appena inizia a parlare. Spiega con chiarezza la differenza tra il vecchio sistema e quello attuale. Prima esistevano delle finestre temporali, fasce orarie in cui il rider si prenotava e si rendeva disponibile; l’algoritmo premiava chi non rifiutava ordini e aveva buone recensioni dai clienti. Con il free login quelle finestre scompaiono. Il rider può essere disponibile in qualsiasi momento, il controllo si fa totale e la gestione del tempo, dell’ultima risorsa che gli restava, passa definitivamente nelle mani della piattaforma.

È proprio qui che Ilenia riconosce il punto di rottura. Finché le finestre esistevano, il lavoro aveva una forma; con il free login quella forma si dissolve, e il rider diventa reperibile a qualsiasi ora, senza garanzie, senza un turno definito, senza la possibilità concreta di rifiutare senza subire penalizzazioni algoritmiche silenziose. Tony va oltre e racconta il meccanismo nella sua interezza. Non emette nemmeno lui la propria fattura, lo fa Glovo al posto suo; lui paga le tasse, ma non sceglie i clienti, non fissa il prezzo del suo lavoro, non decide la quantità né la qualità delle consegne. «È una falsa partita IVA», dice. L’algoritmo decide tutto, assegna gli ordini, distribuisce il lavoro, premia e penalizza. E lo fa secondo criteri che i rider non conoscono.

Per capire come questo sistema funziona nella pratica, abbiamo condotto tre ordini in sequenza nel centro di Torino, con Ilenia presente come testimone. Nel primo ordine, attorno a noi ci sono quindici rider in attesa. L’applicazione assegna l’ordine a un certo Irfan e ne mostra la posizione esattamente davanti a noi. Lo cerchiamo tra i rider presenti, ma Irfan non c’è. Dopo dieci minuti l’ordine passa ad Ahmed, che era nelle vicinanze e consegna regolarmente. La geolocalizzazione di Glovo indicava una posizione che non corrispondeva alla realtà; Irfan non era lì, probabilmente aveva rifiutato l’ordine e la piattaforma lo aveva riassegnato senza che noi lo sapessimo. Avevamo pagato un sovraprezzo di quarantanove centesimi per ricevere il cibo più velocemente, ma il rider segnalato non esisteva dove l’app lo collocava. Nel secondo ordine, ordiniamo da un locale che ha alle spalle quattro rider fermi ad aspettare. L’applicazione mostra nuovamente un rider vicino. Lo cerchiamo, non lo troviamo. Dopo venti minuti ci chiama lui; si chiama Manzur e non era nelle vicinanze; era a due chilometri di distanza in linea d’aria. Quattro rider erano fisicamente dietro quel locale; l’algoritmo li ha ignorati e ha mandato qualcuno che si trovava dall’altra parte della città.

La geolocalizzazione indicava una cosa, la realtà ne mostrava un’altra. Manzur ci dice che viene investito o fatto cadere due o tre volte al mese e aggiunge, quasi come se stesse descrivendo il meteo, «questo normale». Sul corpo porta graffi e lividi che non ha mai fatto curare, perché il sistema non gradisce che un rider si fermi troppo a lungo. Nel terzo ordine, Ilenia apre la sua applicazione e si posiziona davanti alla porta del locale da cui effettuiamo l’ordine. Il telefono squilla due volte, ma non è il nostro ordine; gliene arrivano altri, più lontani. Il nostro viene consegnato da un rider che era più distante di lei. Ilenia era sulla soglia del locale, disponibile, visibile al sistema, eppure l’algoritmo l’ha scavalcata. Tre tentativi, tre risultati che raccontano la stessa cosa; la geolocalizzazione di Glovo non riflette la realtà, la distribuzione degli ordini segue criteri opachi e il rider è l’ultimo a sapere cosa sta succedendo, pur essendo l’unico a farsene carico fisicamente.

A tutto questo si oppone il sindacato USB, che ha elaborato una piattaforma rivendicativa specifica per i rider del food delivery. La proposta centrale è l’assunzione diretta di tutti i rider all’interno del CCNL Logistica, Trasporto Merci e Spedizioni, con inquadramento al livello G1, pari a un minimo tabellare di milleottocentoquarantanove euro lordi mensili. «I rider di Glovo svolgono la stessa mansione di un driver di Amazon, BRT o GLS», spiega il sindacato; non c’è ragione per trattarli diversamente. USB chiede contratti a tempo indeterminato, fornitura di mezzi e dispositivi di protezione a carico delle piattaforme, copertura INAIL, contributi previdenziali, ferie e malattia, e il pagamento integrale delle differenze retributive maturate negli anni in cui i rider lavoravano come false partite Iva.

Ilenia ha avuto un problema cardiaco a causa dello sforzo fisico e dello stress lavorativo. Nessuno le ha corrisposto nulla durante il periodo di fermo. Tony rischia la depressione e affronta una causa contro un colosso multimiliardario, perché vuole semplicemente lavorare con i diritti che gli spettano. Manzur consegna con lividi sul corpo e considera normale essere investito ogni mese.

Alla domanda se avesse mai provato a contattare Glovo, Tony risponde secco. “Certo, ma Glovo non risponde”. C’è qualcosa di profondamente stonato in un sistema che considera normale far lavorare persone senza tutele, senza strumenti, senza voce, mentre un algoritmo che solo in pochi conoscono decide per loro ogni singolo aspetto del lavoro. La questione rider non riguarda solo contratti e tabelle salariali; riguarda il tipo di società che stiamo costruendo, quella in cui il rischio d’impresa viene scaricato su chi non ha nulla da perdere perché non ha già nulla. E quella in cui un uomo di trentadue anni muore su una strada di collina e la notizia dura meno di un giorno.