Cronaca

Safari umani a Sarajevo, indagato e perquisito un ex dipendente comunale

I carabinieri del Ros tornano a bussare alle porte degli indagati nell’inchiesta sui cosiddetti cecchini del weekend, il macabro turismo di guerra che, tra il 1992 e il 1995, avrebbe portato ricchi occidentali – soprattutto italiani – a pagare ingenti somme per sparare sui civili assediati a Sarajevo. Negli ultimi giorni gli investigatori, coordinati dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis, hanno effettuato una perquisizione domiciliare nell’abitazione di un 64enne originario di Genova e residente in provincia di Alessandria, ex dipendente del Comune di Genova. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati un silenziatore per arma da fuoco e una fotografia ritenuta particolarmente significativa, che ritrae l’uomo insieme ad attrezzatura tecnica da caccia. Il 64enne, uno dei quattro indagati formali per omicidio volontario continuato aggravato da crudeltà e motivi abietti e futili, si era già avvalso della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio e aveva depositato una memoria difensiva in cui sosteneva di aver millantato tutto. La sua ex compagna ha invece raccontato agli inquirenti di incubi notturni dell’uomo e di sue ammissioni su uccisioni compiute partendo da Milano per weekend di caccia all’uomo. Secondo quanto riportato dal Times, gli inquirenti stanno inoltre lavorando su un nobile milanese, collezionista di armi e appartenente a una nota famiglia aristocratica della città, che dovrebbe essere interrogato nelle prossime settimane. Non è ancora formalmente indagato, ma la sua posizione è al vaglio degli investigatori.

La vicenda, nota da decenni grazie a testimonianze, articoli degli anni ’90 e al documentario Sarajevo Safari del regista sloveno Miran Zupanič, è tornata prepotentemente alla ribalta grazie all’esposto presentato dallo scrittore e giornalista Ezio Gavazzeni, autore del libro I cecchini del weekend. Supportato da avvocati come Nicola Brigida e dall’ex giudice Guido Salvini, l’esposto ha spinto la Procura di Milano ad aprire un fascicolo inizialmente contro ignoti nel novembre 2025.

Durante l’assedio di Sarajevo, durato 1.425 giorni di terrore, gruppi di persone benestanti – spesso simpatizzanti di estrema destra e appassionati di armi – avrebbero pagato cifre elevatissime, fino a decine o centinaia di migliaia di euro, alle milizie serbo-bosniache di Radovan Karadžić per essere accompagnati sulle colline intorno alla città. Armati di fucili di precisione, sparavano sui civili in quella che veniva descritta come una vera e propria battuta di caccia: i bersagli più ambiti, secondo le ricostruzioni, includevano donne, bambini e soccorritori. Il reclutamento partiva soprattutto dal Nord Italia, con snodi a Milano e Trieste. Ad oggi risultano almeno quattro indagati italiani.

Tra loro Giuseppe Vegnaduzzo, 80enne ex camionista di San Vito al Tagliamento (Pordenone), primo formalmente indagato a febbraio 2026. Interrogato, ha negato ogni addebito sostenendo di essere stato in Bosnia solo per lavoro. Lucio C., 65 anni, ex cancelliere di un ufficio giudiziario ligure residente in Piemonte, ha rilasciato in passato interviste in cui ammetteva di essere stato a Sarajevo per combattere spinto da simpatie di ultradestra, ma in seguito ha ritrattato definendo tutto millanteria. L’ex dipendente del Comune di Genova, 64enne dell’Alessandrino, è oggetto della recente perquisizione. Un quarto indagato include riferimenti a un imprenditore brianzolo e possibili altri profili. Le indagini si sono allargate a livello internazionale: Procure di Bosnia, Austria, Svizzera e Belgio stanno effettuando accertamenti paralleli. È in programma un coordinamento operativo tramite Eurojust all’Aia, con un incontro fissato per fine giugno. Sarajevo si è costituita parte civile.

Le difficoltà sono evidenti: i fatti risalgono a oltre trent’anni fa, molte prove sono indirette e basate su testimonianze, documenti e perquisizioni recenti, come armi regolarmente detenute, oggetti simbolici come taglierini con svastica, coppe e riferimenti a poligoni. Gli indagati negano o minimizzano, parlando di millanterie o viaggi di lavoro. L’inchiesta ha riaperto ferite profonde nella memoria collettiva bosniaca e ha acceso il dibattito sulla giustizia per crimini del passato. Il lavoro di Gavazzeni, le trasmissioni come “PresaDiretta” e la collaborazione internazionale potrebbero portare a ulteriori sviluppi. Per ora non ci sono arresti né rinvii a giudizio, ma l’attenzione mediatica e giudiziaria resta alta. La Procura di Milano continua a scavare su un orrore che, se confermato, rappresenta uno dei capitoli più cinici e disumani della tragedia jugoslava: non solo guerra, ma safari umano a pagamento. Le indagini proseguono.