“Quello che l’Europa non è riuscita a fare è proporsi come blocco compatto dal punto di vista politico”
La guerra è il destino ineluttabile dell’umanità, siamo una specie bellica altrimenti non saremmo in cima alla catena alimentare. La natura non è il mondo di Walt Disney, tutti gli animali combattono per la sopravvivenza e noi non facciamo eccezione. Tuttavia il compito della civiltà in senso universale – e di conseguenza la legge su cui si fonda – è proprio quello di regolare i rapporti tra gli individui e stemperare gli istinti belluini dei popoli che comunque sono inevitabili perché ci sarà sempre una nuova generazione col sangue caldo, gli ormoni a palla e i nervi a fior di pelle che cercherà di prendere il posto della precedente, è così anche in natura quando il giovane leone si fa avanti per sostituire il vecchio leone a capo del branco. Pensiamo inoltre all’organizzazione degli insetti sociali per es. le formiche, con le loro classi, le operaie sempre al lavoro e le bellicose guerriere capaci di intraprendere vere e proprie campagne militari. Ma la similitudine più azzeccata con la nostra società è forse quella dell’alveare: un grande rumore di fondo provocato dal “ronzio” della pubblica opinione che sovrasta tutto, i ruoli attribuiti sono inamovibili, nessuna mobilità sociale e al centro la regina comanda emettendo un feromone e si obbedisce d’istinto. A livello globale siamo sempre più simili a un modello di società strutturata in questo modo.
Ci troviamo alle soglie anzi siamo già dentro una rivoluzione epocale, gli Stati Uniti d’America sono ancora una grande potenza ma hanno perso – anche e soprattutto a causa propria – il ruolo guida del mondo, soprattutto quello di “poliziotti” che si erano malamente auto attribuiti. Le flotte con le quali controllavano i passaggi delle navi cargo negli stretti commerciali marittimi si trovano attualmente in una condizione di grave difficoltà sia per la scarsa manutenzione che per il morale del personale che sta a zero. Gli USA non hanno più la capacità produttiva per rinnovare il loro impianto navale, abbiamo già notato con l’operazione Venezuela, il rapimento illegale di Maduro (che per il diritto internazionale resta un gravissimo precedente) e la successiva “normalizzazione” dei rapporti con il governo di Caracas, come si sia evidente il ritorno degli Stati Uniti nel loro emisfero. Detto questo una potenza imperialista che da quando si è imposta sulla scena internazionale ha causato disastri in mezzo mondo non può soltanto ritirarsi da tutti i fronti salutando gli “alleati” e sperando che gli avversari non la vadano ad affrontare dentro casa.
Quello che l’Europa invece non è riuscita a fare è proporsi come blocco, non militare sbraitando e sbattendo i piedi come ora, ma dal punto di vista politico, diplomatico e perché no economico; una postura dalla quale avrebbero tratto vantaggio tutti gli stati membri della UE. Il caso Ucraina ha fatto venire i nodi al pettine. Già dai tempi delle cosiddette crociate, praticamente il primo esempio di colonialismo, gli europei erano conosciuti e in un certo modo rispettati dal nemico per l’attitudine di combattere a ranghi serrati con contingenti poco numerosi ma pesantemente armati e corazzati. Erano altri tempi anche per quello che riguarda la concezione della guerra che oltre ai combattimenti generava per forza di cose rapporti diplomatici e commerciali tra le parti in conflitto.
Di sicuro non possiamo pensare oggi di poter continuare su questa china anche perché siamo sull’orlo di un conflitto nucleare come mai era stato nella storia, una “guerra infinita” che non tiene più conto della politica e della diplomazia ma va avanti per inerzia fino al punto di rottura. Tuttavia nell’aria non si sente nervosismo a causa di questo, nell’opinione pubblica non vi è la percezione del reale pericolo, però la gente è nervosa ugualmente e se la prende per niente magari contro l’immigrato di turno. Si litiga per strada per un nonnulla in questo clima orchestrato ad arte dalla propaganda per preparare al peggio la popolazione e spingere i giovani ad arruolarsi come accade già in diversi paesi come UK e Germania. E questo clima non è una cosa che decidono due o tre leader, leviamoci dalla testa questa bazzecola. Per quanto ci possano stare antipatici i presidenti delle maggiori potenze mondiali non sono imperatori, non in senso classico. Il potere vero è nelle mani degli apparati che lo gestiscono o delle oligarchie che manovrano la politica, poi certo esistono delle differenze tra i sistemi politici dei diversi paesi delle quali tenere conto. Ma pur tenendone conto è chiaro che le potenze a prescindere dalle intenzioni più o meno bellicose hanno piani da qui a cento anni mica come noi che non sappiamo neanche che faremo domani.
Questo è il quadro che si sta delineando sul lungo termine e il nostro paese come di consueto nel corso della sua folle tradizione politica si trova sempre dalla parte sbagliata: se gli eventi dovessero spingerci ancora una volta con le spalle al muro ci vorrà una grande dose di spregiudicatezza oltre che di fortuna per fare l’ennesimo giro di valzer.
Abbiamo la necessità di riaprire canali diplomatici verso Oriente e trovare una posizione nell’ambito del contesto euroasiatico, non c’è niente da fare, altrimenti rimarremo tagliati fuori dalle nuove prospettive di sviluppo. L’Italia non è attualmente un paese produttivo, l’età media è troppo alta, inoltre possedendo scarse risorse naturali dipendiamo quasi esclusivamente da esportazione e importazione per cui abbiamo una necessità esistenziale che i canali commerciali restino aperti e di pagare beni, servizi ed energia al minor costo possibile. C’è poi la questione marittima che sarebbe di vitale importanza in un paese serio. I nostri porti sono già in disuso o sottoutilizzati, non abbiamo una politica navale, non abbiamo uno sbocco sull’oceano dove passa oltre il 90% del volume di merci mondiale. Nello stesso tempo il nostro paese è posto geograficamente in uno spazio strategico che non abbiamo né idea né capacità di gestire essendo il Mediterraneo un corridoio tra l’oceano Atlantico e il Pacifico attraverso lo stretto di Gibilterra e il canale di Sicilia fino a Suez.
E mentre crescono i porti spagnoli e marocchini soffrono Genova, Trieste e soprattutto Gioia Tauro che non ha praticamente nessuna ricaduta sull’economia regionale se non probabilmente per quella della criminalità organizzata. In passato ci è piaciuto illuderci di vivere nel “primo mondo”, abbiamo persino creduto di contare qualcosa sul piano internazionale. Ma noi non siamo e non saremo mai una potenza, siamo un paese fondato sull’economia come farebbe supporre il primo articolo della Costituzione Italiana del quale probabilmente oggi ci sfugge il significato originale, forse per comprenderlo meglio alla parola “lavoro” bisognerebbe idealmente sostituire la parola “lavoratori” che è ciò che intendevano i costituenti: persone reali non una entità astratta.
