Continua il finto cessate il fuoco a Gaza, iniziano i colloqui in Egitto a Il Cairo ma la situazione umanitaria è drammatica
I mediatori di Hamas volano in Egitto per iniziare i negoziati sulla seconda fase del cessate il fuoco, presenti le delegazioni di Egitto, Qatar e Turchia. Nel frattempo nella striscia la situazione umanitaria è in continuo peggioramento. Non si fermano gli attacchi Israeliani, che mietono vittime anche nei primi giorni di giugno. Ecco gli approfondimenti. Gli ultimi avvenimenti all’interno della Striscia delineano un quadro critico per la situazione umanitaria in generale, aggravata dalla sempre più crescente pressione militare israeliana (nonostante un cessate il fuoco formale), e la difficoltà delle parti nel trovare un terreno diplomatico comune. Ma andiamo per punti:
Il 24 maggio le autorità israeliane hanno ordinato la chiusura del Valico di Zikim (Nord di Gaza), perciò l’unico punto di attraversamento per il trasporto di merci autorizzate rimane Kerem Shalom, vicino al confine con l’Egitto, ma il nuovo checkpoint per l’ingresso all’interno della Striscia, istituito dalle forze israeliane, risulta essere congestionato a causa della lentezza delle operazioni di controllo. Per questo solo una parte delle provviste scaricate a Kerem Shalom è stata ritirata e consegnata. La chiusura di Zikim rappresenta, quindi, un grave danno per le operazioni umanitarie.
Secondo i dati del meccanismo “Onu 2720”, che si occupa di monitorare le operazioni di trasporto, a maggio sono stati scaricati all’incirca 51900 pallet di aiuti umanitari, in aumento rispetto ai 49400 di aprile e i 47500 di marzo, ma un numero di gran lunga inferiore rispetto ai 58600 di gennaio e i 54600 di febbraio. Tra il 18 e il 31 maggio, solo la metà dei camion provenienti dall’Egitto ha potuto scaricare a Kerem Shalom. Mentre dalla Giordania gli aiuti entrano nella West Bank principalmente da due valichi, il ponte Re Hussein (Allenby), dal quale passano 50-60 camion di aiuti per due giorni alla settimana, e il ponte Sheikh Hussein, sul Giordano, da quale passano per 5 giorni alla settimana, 15 camion al giorno.
Secondo i dati della camera di commercio di Gaza tra il 25 e il 31 maggio sono entrati 708 camion del settore privato (la media pre-escalation Usa-Iran era di circa 1000-1200), ma il 31% di questi (circa 220) trasportavano articoli non essenziali e solo 31 articoli per l’igiene, denotando la difficoltà, anche del settore privato, di far fronte ai multipli e differenti bisogni dei Gazawi.
Il report sui prezzi della camera di commercio di Gaza segnala prezzi stabili nella finestra 25-31 maggio, nei prodotti alimentari solo il prezzo delle uova diminuisce del 22%, i prezzi dei prodotti non alimentari rimangono invariati. La situazione nel lungo periodo, però è ben diversa, dall’inizio delle operazioni militari contro Hamas, nell’ottobre 2023, i prezzi sono aumentati in media del 235%, e rispetto al periodo compreso fra il cessate il fuoco del 10 ottobre scorso, e l’inizio della nuova escalation regionale del 28 febbraio 2026, i prezzi si sono gonfiati in media del 88%.
Lo stato della situazione umanitaria all’interno della Striscia sembra destinato a deteriorarsi sempre di più. Secondo il report del United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) datato 3 giugno, la popolazione di Gaza al momento deve fare i conti, in primis, con un limitato accesso all’acqua, la produzione idrica è diminuita del 20% a maggio rispetto a 2 mesi prima, la maggior parte delle famiglie non è in grado di soddisfare il fabbisogno minimo giornaliero di 6 litri di acqua per bere e cucinare a persona. La scarsità impone di scegliere, alle famiglie, se bere, lavarsi le mani o cucinare.
La scarsità idrica e le difficoltà nella gestione dei rifiuti, oltre alla continua concentrazione della popolazione in spazi sempre più ristretti, generano altre problematiche legate alla salute pubblica. Segnalati incidenti in 29 siti per sfollati a Khan Younis, Deir al Balah e Gaza City causati da infestazioni di insetti e roditori. Le infestazioni provocano morsi, infezioni cutanee, disagio psicosociale e danni ai rifugi ed effetti personali. I dati OMS sulle patologie segnalate, mettono al primo posto con il 48% delle segnalazioni, le infezioni respiratorie acute, mentre al secondo e terzo, rispettivamente, le malattie ectoparassitarie (30%) e la diarrea acquosa acuta (20%).
I partner umanitari (Cluster WASH), lavorano per un piano di controllo delle infestazioni e per migliorare la gestione dei rifiuti. Ma la carenza di finanziamenti sta costringendo gli operatori umanitari a ridimensionare o sospendere i servizi essenziali, come il trasporto su camion di risorse critiche, distribuzione alimentare, sostegno all’agricoltura, gestione dei siti per sfollati e istruzione di base.
La condizione della popolazione di Gaza è messa a dura prova anche dall’intensificarsi dell’attività militare israeliana. Il 29 maggio durante un evento pubblico, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato: «Prima avevamo il 50% di Gaza, ora siamo passati al 60%. Ho ordinato di passare al 70%». A chi, dalla sala, gli urlava di occupare l’intera Striscia, il primo ministro ha risposto divertito: «Un passo alla volta, iniziamo con il 70». L’accordo del cosiddetto “cessate il fuoco” prevede che l’IDF controlli il 53% della Striscia, un’area, delimitata dalla “linea gialla”, così chiamata perché composta fisicamente da enormi blocchi di cemento armato di colore giallo. L’accordo prevederebbe anche il progressivo ritiro dell’esercito israeliano dalle aree occupate.
Il Canale 14 israeliano ha confermato il progetto, parlando di un piano coordinato con gli Stati uniti per espandere l’occupazione attraverso continui bombardamenti e uccisioni nella parte di Gaza che Tel Aviv attualmente non controlla. Il testimone poi passerà al cosiddetto dipartimento per l’emigrazione «volontaria», creato a marzo con l’obiettivo di deportare la popolazione in qualsiasi Paese del mondo che non sia Palestina o Israele. Numerose organizzazioni per i diritti umani hanno sottolineato che nessuna evacuazione può definirsi «volontaria» laddove si creino condizioni di vita impossibili.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR), dal 26 maggio gli attacchi israeliani si sono intensificati, colpite soprattutto infrastrutture umanitarie e altre risorse critiche. I dati del Ministero della salute di Gaza parlano di 45 morti e 254 feriti fra il 20 maggio e il 3 giugno.
Nel periodo in cui i mediatori di Hamas si recano a Il Cairo per incontrare i mediatori egiziani, qatarioti e turchi, sul tavolo la seconda fase fase dell’accordo per il cessate il fuoco, che prevederebbe il disarmo totale di Hamas, si sono registrati vari attacchi da parte dell’IDF. Al Jazeera riporta che, il 4 giugno 11 persone sono state uccise in uno strike israeliano a Gaza City, il giorno dopo, un morto a Khan Younis durante un raid con elicottero militare, il 6 giugno un drone uccide 8 persone ancora a Gaza City, domenica 7 giugno vari attacchi pongono fine alla vita di 14 persone fra Al-Mawasi, Gaza City e Deir Al Balah, un funzionario palestinese riferisce a Reuters che lunedì 8 giugno altri 6 palestinesi sono stati uccisi durante un attacco israeliano, fra cui un bambino. Nel week-end la marina israeliana ha ucciso 2 pescatori e arrestati altri 4 al largo delle coste di Deir Al Balah. Il Ministero della salute di Gaza dichiara che marzo è stato il mese più fatale dell’anno con 119 morti. Il bilancio delle vittime da dopo il “cessate il fuoco” sale a circa 970, sempre secondo il Ministero della salute di Gaza.
Il bilancio complessivo da ottobre 2023 a mercoledì 3 giugno riferisce di 72.945 palestinesi uccisi di cui 21.283 bambini, e 173.011 feriti. Hamas ha fatto sapere ad Al Jazeera che saranno disposti ad abbassare le armi solo se il disarmo sarà condizionato ad un ritiro delle forze israeliane dalla Striscia. Insomma, A Gaza non esiste nessuna tregua, e per il momento nessuno degli attori sembra intenzionato a rispettare gli impegni presi. A pagarne le conseguenze sono le persone comuni, i Gazawi, che subiscono quotidianamente le peggiori sofferenze e soprusi da ormai 3 anni, mentre la tensione nella regione mediorientale è più infuocata che mai.
