Cronaca

L’intervista, la storia dell’artista Marco Voleri, della sua vita e dei suoi “Sintomi di felicità”

Nel 2014, a Livorno, ha sposato Giulia Aringhieri sapendo che entrambi avrebbero convissuto per sempre con la sclerosi multipla.

Marco Voleri lo conobbi anni fa come tenore, al Teatro alla Scala di Milano, che frequentavo in un periodo di formazione lirico e letteraria. Poi l’ho ritrovato come autrice, incaricata di scrivere alcuni testi che hanno raccontato la storia di Mascagni, la sua Livorno e i personaggi delle sue opere ( testi interpretati da Stefania Sandrelli, Giancarlo Giannini, Paola Minaccioni, Alessio Boni, Marcello Prayer). Leggendo la sua biografia, scopro che è nato a Pisa nel 1975 e che nel 2014, a Livorno, ha sposato Giulia Aringhieri sapendo che entrambi avrebbero convissuto per sempre con la sclerosi multipla. Invece di custodire quella fragilità in silenzio, ne ha fatto un libro, Sintomi di felicità, e poi un’associazione, e infine un modo diverso di stare sul palco: non più solo come tenore, ma come direttore artistico del Mascagni Festival, la casa musicale della sua città.

Quello che mi ha colpito, parlando con lui, non è la retorica della resilienza, quella se ne può fare a meno. È la precisione con cui distingue la fatica vera dalla fortuna mascherata, senza mai scegliere la scorciatoia consolatoria. È un professionista dell’arte che dirige un festival pensando, prima di tutto, a come ogni scelta artistica arriverà a chi dovrà viverla sul palco: i cantanti, i tecnici, i giovani della sua Academy. Questa intervista non cerca un eroe. Cerca un uomo che ha imparato ad ascoltare meglio, la musica, le persone, il proprio corpo, soprattutto nel momento in cui avrebbe avuto ogni ragione per smettere di farlo.

Pietro Mascagni è stato un innovatore dirompente. In che modo la sua direzione artistica al Mascagni Festival raccoglie questa eredità?

“Raccogliere l’eredità di Mascagni» è un’espressione enorme, che non userei per descrivere il mio lavoro. Mi sono messo con umiltà al servizio di un progetto e di una città che con Mascagni ha un legame profondo. Ho cercato di studiarlo, di ascoltarlo, di costruire intorno alla sua musica occasioni di incontro. Mascagni è stato un artista coraggioso: non credo gli renderebbe giustizia trattare le sue opere come oggetti da ammirare a distanza. Il nostro compito è farle vivere sulla scena, con interpreti preparati e idee capaci di parlare al pubblico di oggi, senza forzare le partiture: spesso basta ascoltarle davvero per accorgersi di quanto siano ancora vicine a noi”.

Quali traiettorie sta tracciando per i giovani artisti della Mascagni Academy?

“Un giovane cantante deve avere una tecnica solida: senza quella, la libertà sulla scena è molto difficile. Ma la tecnica, da sola, non racconta una storia. Nel progetto formativo della Mascagni Academy mi interessa che gli artisti imparino a dare un’intenzione alle parole, ad ascoltare i colleghi, a capire il personaggio che stanno interpretando e il contesto in cui si muove. Anche il rapporto con il pubblico fa parte di questo percorso: comunicare, oggi, non significa usare un linguaggio più facile, ma avere qualcosa da dire e saperlo condividere. Il Festival può offrire ai giovani la possibilità di misurare il lavoro fatto durante la formazione con la realtà del palcoscenico.

In che modo l’esperienza di cantante guida le sue scelte come direttore artistico?

“Quando progetto uno spettacolo, penso anche a come lo vivranno le persone che devono realizzarlo. Essere stato sul palco mi ha insegnato quanto contino il tempo per provare, la fiducia tra colleghi, la chiarezza di una scelta registica: sono aspetti che cambiano molto il risultato finale. La direzione artistica richiede una visione globale, oltre a decisioni organizzative ed economiche, e quella visione deve diventare poi lavoro quotidiano per cantanti, musicisti e tecnici. Cerco di tenere insieme queste due prospettive, e continuo a imparare da chi lavora con me”.

Che cosa ha cambiato la sclerosi multipla nel suo modo di vivere l’arte? E che cosa significa oggi «felicità»?

“La malattia mi ha costretto a rivedere il rapporto con il tempo, con il corpo, con l’idea che si possa sempre controllare tutto. Non voglio raccontarla come una fortuna mascherata: ci sono fatiche che restano fatiche. Però mi ha insegnato anche a riconoscere meglio ciò che conta e, forse, ad ascoltare le persone con più attenzione. Anche Sintomi di felicità nasce da lì. Per me la felicità non è uno stato permanente, e non coincide con il successo. Nel lavoro culturale può essere un momento preciso: un artista che trova il coraggio di fare un passo avanti, una sala in ascolto, una persona che dopo uno spettacolo sente il desiderio di parlarne con qualcuno. Momenti brevi, ma veri”.

La sua vicenda personale ha cambiato il modo in cui ascolta il repertorio mascagnano?

“Credo che ciò che viviamo cambi inevitabilmente il nostro modo di ascoltare. Oggi, nelle opere di Mascagni, sono forse più attento alle fragilità dei personaggi, al loro desiderio di essere visti e amati, alle conseguenze di ciò che non riescono a dire. Le partiture hanno una ricchezza che va oltre l’esperienza di chi le interpreta. Il lavoro più interessante, per me, è continuare a scoprirle: tornare su una pagina che pensavo di conoscere e sentire, all’improvviso, una domanda nuova”.

Quali sono le prossime sfide per il Mascagni Festival?

“Vorrei che il Festival crescesse mantenendo un rapporto concreto con Livorno. Mascagni appartiene alla storia della città, ma questo legame va alimentato: con gli spettacoli, con la formazione, con progetti capaci di raggiungere persone e luoghi diversi. Su questa base si possono costruire collaborazioni anche fuori dall’Italia, offrendo agli artisti occasioni di lavoro e al Festival nuove possibilità di confronto. La sfida è dare continuità a ciò che facciamo, edizione dopo edizione: vorrei che chi viene a Livorno per il Festival trovasse una proposta artistica riconoscibile, e insieme sentisse la curiosità di conoscere meglio la città da cui è nata”.

Se incontrasse Pietro Mascagni oggi a Livorno, che cosa gli chiederebbe?

“Gli chiederei se, entrando oggi in un teatro, sentirebbe ancora quella voglia di sorprendere e di sorprendersi che immagino abbia accompagnato il suo lavoro. Poi, sinceramente, ascolterei la risposta: ho il sospetto che avrebbe molto da dire, e che non sceglierebbe parole troppo diplomatiche. Mi piacerebbe accompagnarlo a una prova, fargli incontrare i giovani artisti, vedere la sua reazione davanti a una sala piena. Sarebbe bello potergli dire: «La Sua musica, maestro, continua a farci lavorare, discutere ed emozionare». Credo che per un compositore sarebbe una frase più significativa di qualunque celebrazione”.