Quando qualche giorno fa Xi Jinping ha accolto in Cina Donald Trump in pompa magna (un chiaro segnale di ossequio ma anche di dominio) citando lo storico greco Tucidide non stava pensando ai classici, come io stesso avevo creduto, per quanto si può supporre che il presidente della Repubblica Popolare ne abbia conoscenza. In realtà la cosiddetta “trappola di Tucidide” è una tutto sommato assai banale teoria che hanno tirato fuori negli Stati Uniti: in pratica, scoprendo l’acqua calda, si teorizza che quando una potenza emergente si propone di prendere il posto della potenza dominante il risultato è inevitabilmente lo scontro. Una teoria, mi ripeto, di una banalità disarmante. Il presidente Trump, da buon mercante e stavolta in una posizione subordinata, si è sperticato in una serie di lodi nei confronti di Xi che hanno suscitato evidente ilarità da parte del presidente cinese. Come Marco Polo si recò alla corte del gran Khan (all’epoca la Cina era sotto il dominio dei Mongoli) per scambiare notizie sui due mondi – Occidente e Oriente – e trarne un manuale utile a chiunque volesse intraprendere viaggi d’affari, possiamo azzardare una sorta di paragone.
Serafico come un mandarino Xi Jinping ha ascoltato compiaciuto le lodi tessute dal mercante Donald Trump valutandone ogni mossa e soppesando ogni parola. Sul tavolo le questioni economiche, sottotraccia il possibile confronto militare futuro tra le due potenze. Stiamo trattando di due differenti concezioni della guerra: una, quella degli Stati Uniti, un paese in profonda crisi che ha assunto una postura militare proiettata in una dimensione di guerra permanente per mantenere il primato sul resto del mondo, e l’altra, quella della Cina, una nazione votata al commercio che ha una postura militare difensiva e che vede la guerra come un fattore negativo di disturbo dell’ordine sociale ed economico dello stato e delle relazioni internazionali pur non escludendola dal proprio orizzonte. Abbiamo assistito forse senza rendercene conto più di tanto a un “passaggio di consegne” imperiale per quello che riguarda l’egemonia mondiale. Non è un caso che pochi giorni dopo il presidente russo Vladimir Putin si è recato in visita ufficiale in Cina per suggellare una partnership strategica senza precedenti nella storia dei due paesi storicamente non proprio affini. Non è un caso nemmeno che nonostante Trump si sia recato da Xi, come hanno notato molti commentatori, con “il cappello in mano”, nessun accordo è stato chiuso. La Cina è ormai un gigante tecnologico, commerciale e direi anche politico in grado di dettare le proprie regole senza forzare la mano.
Negli ultimi trent’anni il paese ha fatto passi da gigante forte di una pianificazione a lungo termine gestita da una classe dirigente altamente selezionata che gode di un vasto consenso popolare. Il socialismo con caratteristiche cinesi del XXI secolo, che sta tra confucianesimo e marxismo, teorizzato dallo stesso presidente Xi Jinping (reperibile in una serie di pubblicazioni per lo più nella loro traduzione in inglese) si propone come un modello praticabile, sostenibile, che ottiene risultati e soprattutto che punta all’autorevolezza attraverso un intenso lavoro diplomatico. Dobbiamo imparare a vedere con un altro sguardo i modelli politici e sociali differenti dal nostro, con più lucidità, senza per questo dipingere una versione edulcorata che non tenga conto delle problematiche endemiche a qualunque società, come criminalità, corruzione, questioni ambientali ecc…, con le quali a maggior ragione le grandi potenze devono fare i conti.
