Cronaca

Bimba di 2 anni muore investita dall’auto del padre nel cortile di casa

C’è un silenzio che fa male, in via Castello. Un silenzio che non appartiene alla campagna canavesana in Piemonte, fatto di finestre chiuse e sguardi bassi. Sul ghiaietto di quel cortile restano solo i segni dei rilievi della scientifica e un vuoto che toglie il fiato. Sembrava una mattina come tante. La sveglia alle sette, il profumo del caffè, le canzoncine per bambini che risuonavano nel vialetto. Poi via verso l’asilo. Routine. Di quelle che, da genitori, s’imparano a memoria e che non hai idea di quanto possano essere fragili, fino a quando non capita qualcosa. Era martedì. Erano le 8:30 circa. Il padre era già al posto di guida, pronto a fare manovra per uscire dal cortile di casa, in via Castello, a Bollengo, alle porte di Ivrea. La piccola, due anni appena, doveva essere accompagnata al micronido. Doveva essere un giorno qualunque, fatto di saluti veloci e promesse di rivedersi nel pomeriggio. La mamma era ancora in casa, impegnata forse a chiudere la porta, forse a prendere una borsa — pochi secondi, decisivi. La bambina è sgusciata via, con quella spensieratezza tipica dei bimbi di quell’età, noncurante del pericolo, ed è corsa in cortile verso l’auto. Invisibile agli specchietti retrovisori. Il padre non ha fatto in tempo ad accorgersi di lei. Ha ingranato la retromarcia e l’ha travolta. Il rumore sordo dell’impatto ha squarciato la quiete del mattino. Poi le urla — non grida comuni, raccontano i vicini che ancora tremano al ricordo, ma lamenti primordiali.

La telefonata al 118 arriva alle 8:40. Dall’altra parte del telefono, voci sovrapposte e panico puro. I genitori, nell’istinto disperato di chi non riesce ad accettare l’inaccettabile, non aspettano l’ambulanza né l’elisoccorso. Caricano la bambina in auto e raggiungono a tutta velocità il pronto soccorso dell’ospedale di Ivrea. L’operatore della centrale intuisce quello che sta succedendo e avverte il reparto del possibile arrivo di una bimba ferita. Ma quando i genitori varcano le porte d’ingresso, la piccola è già tra le braccia del padre e il suo cuore ha già smesso di lottare. I medici tentano tutto il possibile. Non c’è nulla da fare. «Li abbiamo visti arrivare come un proiettile», racconta un infermiere che era di turno quella mattina, scuotendo la testa. «Sono scesi urlando, chiedendo un miracolo che era già fuori portata».

In via Castello, nel pomeriggio, si è formato un capannello di familiari. Un via vai di facce rigate dalle lacrime, abbracci e singhiozzi. Qualcuno ha tenuto a distanza, con garbo, i curiosi: «Non è proprio il momento. Rispettate il nostro dolore». Solo uno zio si è affacciato, con la voce rotta, per spiegare più o meno quello che è successo. «Era la loro unica figlia. Questo è un dolore terribile, che non passerà mai».

La famiglia è originaria dell’Albania, in questa fetta di Eporediese da molti anni. Gente che lavora, che mantiene un basso profilo, ben integrata nella comunità. Alla maestra del micronido nessuno aveva ancora detto niente: aspettava la sua alunna, aveva preparato i giochi, la merenda. Quella sedia vuota oggi pesa come un macigno. Il sindaco Luigi Sergio Ricca è stato tra i primi a portare conforto alla famiglia. «È un dolore enorme per tutto il paese», dice, con il volto segnato. «Una cosa di questo tipo è un duro colpo per tutta la comunità. Speriamo possano superare questo momento drammatico». Bollengo è piccola, ci si conosce tutti. E certi lutti non si portano da soli. Gli agenti del commissariato di Ivrea hanno effettuato i rilievi per buona parte del pomeriggio, insieme agli esperti della scientifica. Stanno preparando una relazione che verrà trasmessa alla Procura di Ivrea, che ha già aperto un fascicolo. Un atto dovuto, dicono le carte. Il padre verrà quasi certamente iscritto nel registro degli indagati per omicidio stradale colposo. Ma la legge degli uomini nulla può contro la condanna che quest’uomo porterà dentro di sé ogni volta che chiuderà gli occhi. La routine è un velo sottile. A volte, crudelmente, si strappa.