L’editoriale

Un conflitto che ha infiammato il mondo e che appare privo di una strategia a medio e lungo termine

Il dato puramente “tecnico” che possiamo trarre da questi primi giorni di conflitto in Medio Oriente è che gli Stati Uniti di Donald Trump non hanno una reale strategia che possa determinare la sconfitta dell’Iran in breve tempo ma sono completamente a rimorchio di Israele, il che non lascia per nulla tranquilli considerata l’aggressività dello stato sionista che vede nell’Iran degli ayatollah un nemico irriducibile da abbattere. La cosa per altro è reciproca: abbiamo già notato come per tutta una serie di motivi culturali, politici, religiosi e di dottrina la Repubblica Islamica dell’Iran si sente investita da una missione sacra che è quella di distruggere il Grande Satana, gli Stati Uniti, e tutti coloro che fanno parte di quella che oggi inizia a essere chiamata “coalizione di Epstein”, il che non è lusinghiero per la nostra civiltà ma purtroppo contiene una verità di fondo sul profondo degrado delle plutocrazie occidentali. Il conflitto si riflette ora in tutti i paesi del golfo con risvolti non facilmente prevedibili vista anche l’avversione – reciproca – che la Repubblica Islamica nutre nei confronti dell’Arabia Saudita e delle monarchie del golfo Persico compromesse con gli Stati Uniti. Da un punto di vista strettamente militare la risposta iraniana agli attacchi non è stata scomposta, al contrario, ha dimostrato precisione negli obiettivi anche con l’apporto non troppo segreto dei rilevamenti satellitari offerti dalla Cina all’Iran. Il gigante asiatico agisce sottotraccia (non certo per i servizi segreti americani e israeliani) senza palesare una ingerenza diretta che sia andata oltre manovre militari congiunte con la Marina iraniana prima che iniziassero gli scontri con Israele e USA. Il Politburo sa bene che l’Iran per gli Stati Uniti è la chiave per accedere alla sinosfera, sono decenni che gli USA si preparano al confronto con il Dragone cinese il cui Esercito Popolare ora non ha la capacità operativa di proiettarsi verso l’esterno con una postura offensiva mancante di basi di appoggio e votato com’è alla protezione della madrepatria. Gli Stati Uniti al contrario con le centinaia di basi militari che hanno sparso il tutto il mondo è da tempo che stanno dimostrando la volontà di espandere la propria sfera di influenza ovunque circondando di fatto gli stati che ritengono ostili, con qualche ragione suscitata per lo più dalle politiche delle amministrazioni a stelle e strisce che si sono susseguite nel corso del tempo con lo scopo dichiarato di “esportare la democrazia”. La cosa che si può prevedere con una qualche certezza è che gli USA la guerra con l’Iran l’hanno già persa: all’inizio le previsioni sulla durata del conflitto erano di quattro giorni, poi quattro settimane, poi due mesi, ora non si sa. I veterani a casa iniziano a ribellarsi, non è inusuale, com’è accaduto di recente, che qualche militare entri nelle aule istituzionali dove si discute del conflitto per protestare contro l’appoggio incondizionato che gli Stati Uniti offrono alle ambizioni criminali del governo sionista israeliano, e senza alcun riguardo venga portato via dagli agenti di sicurezza a viva forza nonostante abbia servito il paese. Dal punto di vista della comunicazione la boria espressa dal presidente degli Stati Uniti nelle sue esternazioni è completamente diversa dalla tragica enfasi della propaganda iraniana e tuttavia risulta ugualmente un esercizio retorico, un goffo tentativo di nascondere la realtà dei fatti. Dobbiamo essere obiettivi: gli Stati Uniti d’America di fatto non vincono una guerra in maniera per così dire “corretta” dalla fine del secondo conflitto mondiale con gli alleati. Dopo per l’esercito USA è iniziata tutta una serie di mezzi fallimenti che hanno distrutto e destabilizzato mezzo mondo e che la propaganda mostrava come vittorie per imbonire gli stati vassalli come noi coinvolti nelle loro campagne disastrose. Chiaramente le mezze vittorie sono anche mezze sconfitte. Come al solito faccio fede alle parole di analisti accreditati, soprattutto militari ed ex militari, che conoscono le faccende belliche senza alcun dubbio meglio di noi e dei politici al governo; un proverbio latino medievale recita: la guerra è dolce per gli inesperti, gli esperti la temono. In questo caso l’inesperto è proprio Donald Trump mentre gli esperti da più parti sono convinti che gli Stati Uniti non siano in grado di chiudere il conflitto entro breve tempo. La presenza statunitense nella regione è stata seriamente compromessa, i porti che riforniscono le loro navi da guerra sono stati tutti colpiti (questo determina che per i rifornimenti potrebbero essere usati anche i porti italiani oltre al fatto che le basi americane sul nostro territorio sono già operative) e danneggiati dai missili iraniani. Pioggia di bombe a grappolo anche su Israele la scorsa notte con l’obiettivo di colpire postazioni di comando dell’IdF, basi di lancio e radar. In fiamme diversi quartieri di Tel Aviv. Primi duelli aerei nei quali un caccia iraniano risulta abbattuto dai caccia con la stella di Davide. Droni iraniani in volo anche verso l’Azerbaijan. L’intraprendenza aggressiva di Israele rischia di far precipitare gli eventi, a quanto è trapelato da gole profonde oltreoceano è che nemmeno gli Stati Uniti erano stati avvertiti dagli israeliani dell’inizio dell’attacco all’Iran, si sono fatti sorprendere un po’ come il nostro ministro Crosetto (che resta inqualificabile). La Repubblica Islamica ha fatto tesoro dell’esperienza del 2025 e per il momento le forze armate iraniane non solo tengono ma hanno dimostrato una tenacia forse inaspettata dettata da una precisa capacità di analisi militare delle forze avversarie e non dall’avventatezza. Il governo degli ayatollah non è caduto, la società civile è rimasta stabile, eccezione fatta per una minoranza che definirei eversiva la quale probabilmente continua a trattare sottotraccia con gli USA offrendo collaborazione e magari un nuovo candidato alla futura guida del paese. Per ora Mojtaba Khamenei è stato accettato dalla popolazione, secondo moltissime autorevoli valutazioni gli Stati Uniti non riusciranno con dissennati bombardamenti a far cadere quello che definiscono regime anzi è più probabile, come si sente ormai da qualche giorno da diverse voci, che il regime cada più facilmente proprio negli USA visto che incombono le elezioni di medio termine. Se Donald Trump non si presenta almeno con una schiacciante vittoria militare rischia di perdere l’appoggio di diversi elettori per le prossime presidenziali. La base MAGA è già in fibrillazione essendo più interessata ai problemi interni e all’economia interna che in questo momento, con l’eccezione di alcuni settori, va a picco. Senza le sette “big tech” il resto del paese cresce meno di noi, stanno investendo metà di quello che possono nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e, come avevo già accennato, senza scendere nei numeri e nelle valutazioni tecniche di materiale bellico che non mi competono, allo stato attuale delle cose gli Stati Uniti non hanno la capacità produttiva per costruire apparati missilistici efficaci in un tempo ragionevolmente accettabile per portare avanti una guerra di lunga durata lontano dal continente americano. Si è vociferato di un possibile intervento di terra, di mettere “gli stivali sul terreno” in Iran da parte dei marines ma a conti fatti sarebbe l’ennesima follia.