Tatiana e Andra Bucci, le due bambine sopravvissute che raccontano l’orrore di Auschwitz per non dimenticare mai
Tatiana Bucci (Fiume, 19 settembre 1937) e Andra Bucci (Fiume, 1 luglio 1939) sono due sorelle italiane di origine ebraica, superstiti dell’Olocausto, testimoni attive della Shoah italiana e autrici di memorie sulla loro esperienza ad Auschwitz. Oggi Tatiana vive a Bruxelles, mentre Andra tra gli Stati Uniti e l’Europa. Questa è la loro storia, la storia di tutti noi, per non dimenticare mai e per contrastare ogni alito simili a quelle vicende. C’è un momento, in ogni racconto di sopravvivenza, in cui il tempo si ferma. Per Tatiana e Andra Bucci quel momento è durato undici mesi: dal 4 aprile 1944 al 27 gennaio 1945. Due bambine di sei e quattro anni, strappate alla loro casa di Fiume in una notte di marzo, gettate nel ventre del male assoluto e uscite – per un miracolo di numeri sbagliati e di una madre che non ha mai smesso di credere – con il tatuaggio sul braccio e il ricordo inciso nella carne e nell’anima. Oggi, a più di ottant’anni di distanza, Tatiana Bucci ha portato quella voce nel cuore dell’Europa: il 27 gennaio scorso, nell’aula plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo, ha parlato davanti alla presidente Roberta Metsola e a centinaia di eurodeputati. «Spero che tutti i bambini del mondo possano avere la vita che io ho potuto vivere dopo la guerra e invecchiare come me». Una frase semplice, potente, che ha fatto commuovere un continente intero. Ma per capire davvero il peso di quelle parole bisogna tornare indietro, a quella sera del marzo 1944 quando la porta di casa si spalancò all’improvviso. Erano già a letto, Tatiana di sei anni e Andra di quattro. La mamma Mira Perlow le svegliò in fretta, senza spiegare. Fuori c’erano passi pesanti, voci in tedesco e in italiano. «C’erano i nazisti, c’erano i fascisti… e anche quello che aveva fatto la spia», ricordano ancora oggi le sorelle con una nitidezza che fa rabbrividire. La spia non era ebrea: lavorava in sinagoga, conosceva tutti. Indicò i nomi. In ginocchio, la nonna Rosa supplicò: «Portate via me, ma lasciate i bambini». La supplica non servì. Otto persone – mamma, nonna, zia, cugino Sergio, le due bambine – furono caricate e portate via. La tavola era ancora apparecchiata per cena. Prima tappa: la Risiera di San Sabba a Trieste. Una cella lunga e strettissima. «Otto persone impossibili», dice Tatiana. Ricorda soprattutto la porta: un buco rotondo che si apriva per pochi secondi per far passare il cibo.
Quella fessura tonda è ancora impressa nella sua mente, più di tanti altri orrori. Poi il treno. Un vagone merci sigillato, buio, silenzio rotto solo dal rumore delle ruote. Le bambine strette alla mamma che le abbracciava con tutta la forza che le restava. «Eravamo aggrappate a lei, non voleva farci star male, soffrire». Nel vagone c’era un secchio per i bisogni, coperte per coprire i piccoli. E un gesto disperato: la mamma riuscì ad aprire una piccola finestra, scrisse un biglietto per la famiglia del marito, prigioniero di guerra in Sudafrica, e lo lanciò. Quel foglietto fu raccolto da un carabiniere all’ultima stazione italiana. Arrivò a destinazione. Un filo di speranza in mezzo al buio. L’arrivo a Birkenau fu uno shock. Sportelloni che si aprono di colpo, urla, cani, luci accecanti. «Eravamo arrivate a Birkenau», racconta Andra. La nonna e la zia furono mandate subito a sinistra, caricate su un camion e uccise quella stessa sera. La “legge di Auschwitz” non faceva sconti: donne con bambini, anziani, minori di quindici anni andavano direttamente alle camere a gas. Tatiana, Andra e la mamma finirono nella fila di destra. Ma la separazione arrivò comunque. Le bambine furono tatuate – Andra 76483, Tatiana 76484 – e scambiate per gemelle perché vestite uguali e di statura simile. Fu la loro prima “fortuna”: invece della camera a gas, il Kinderblock, la baracca dei bambini cavie di Josef Mengele. Per quasi un anno vissero lì. Materassi sottili, brodo acquoso, freddo che entrava nelle ossa.
Ogni mattina i morti venivano portati via: presi per mani e piedi, fatti oscillare e lanciati su piramidi di corpi «bianchissimi». Tatiana guardava quelle pile e, quando per mesi non vide più la mamma (trasferita in una fabbrica di munizioni in Germania), pensò che anche lei fosse diventata così: bianca, rigida, morta. Ma c’era una frase che la mamma aveva inciso nei loro cuori prima della separazione definitiva: «Ricordate sempre i vostri nomi». Ogni sera, nel buio della baracca, le due sorelline ripetevano: «Io sono Tatiana Bucci. Io sono Andra Bucci». Non numeri. Nomi. Identità. Umanità. Il 27 gennaio 1945 arrivarono i soldati sovietici. Un soldato offrì loro del salame da un tavolo di legno. «Quello per noi è la liberazione», dicono ancora oggi. Ma la strada verso casa fu lunghissima. Mesi in orfanotrofio in Inghilterra, poi la foto che la mamma riuscì a far arrivare all’insegnante. Quando le bambine la videro – mamma e papà – capirono che la vita poteva ricominciare. Il ricongiungimento avvenne a dicembre 1946. Il padre tornò dal Sudafrica. La famiglia, quella che restava, si ricostruì. Oggi Tatiana e Andra vivono tra Italia e California. Hanno scritto insieme il libro Noi, ragazze di Auschwitz (in inglese Always Remember Your Name), sono tornate ad Auschwitz più di venti volte con scolaresche di tutto il mondo. E continuano a raccontare. Perché, come ha detto Tatiana al Parlamento Europeo il 27 gennaio 2026, «ci sono sempre meno sopravvissuti in grado di portare questa testimonianza di prima mano».
La loro voce è diventata un monito: l’Europa è nata dalle ceneri di Auschwitz e ha il dovere di non dimenticare. In questi giorni di marzo 2026, mentre il mondo celebra l’81° anniversario della liberazione, le sorelle Bucci sono di nuovo qui, tra le baracche silenziose e i binari arrugginiti. Camminano lente, indicano i luoghi esatti dei ricordi, ripetono i nomi. Perché è l’unico modo per far sì che quell’infanzia rubata non sia stata invano. «Portate via me, ma lasciate i bambini», aveva supplicato la nonna Rosa. La storia ha risposto di no. Ma le bambine sono rimaste. E oggi, con la loro voce ferma, stanno salvando l’umanità di chi verrà dopo di loro. Un nome alla volta.
