Cronaca

Simone Soldati, mente e cuore di “Lucca Classica” il festival musicale arrivato alla 12esima edizione

“La musica non è un’isola, ma un ponte gettato tra le anime e il tempo”. Con questa consapevolezza, Simone Soldati – pianista, docente e direttore artistico di straordinaria sensibilità – guida il cammino di Lucca Classica. Sotto la sua direzione, il festival non è solo un cartellone di concerti, ma un laboratorio di umanità, dove la tradizione non viene venerata come una reliquia, ma vissuta come un fuoco ardente che illumina il presente. Accogliamo un uomo che ha saputo trasformare Lucca in un palcoscenico globale, dimostrando che la musica classica è, oggi più che mai, un linguaggio universale e necessario.

Qual è il filo conduttore che attraversa questa edizione 2026 di Lucca Classica?

Credo fermamente che un festival debba essere un organismo in continuo mutamento per poter guardare la realtà negli occhi. Deve aiutarci a porre domande, a condividerle e a trovare nell’incontro – nella ricchezza del rispetto delle differenze – una possibile risposta. L’arte e i classici sono attivatori meravigliosi: sono allo stesso tempo scandaglio e faro. L’obiettivo di quest’anno è rendere la nostra proposta accessibile in modo trasversale, mantenendo sostanza e qualità, per abbattere quei pregiudizi che spesso tengono lontane le persone da una reale possibilità di scelta. Questo è il nostro “tema” di sempre, il nostro vero biglietto d’ingresso.

Rispetto alle edizioni passate, in che direzione si sta evolvendo il festival? C’è una novità di cui va particolarmente fiero?

Ogni anno cerchiamo sedimentazioni di valore efficaci. Per un festival che ha fatto del dialogo tra discipline il suo fondamento, l’anniversario francescano è diventato un capitolo necessario. In un momento storico segnato da tensioni ideali, la figura di Francesco ci provoca e ci richiama a riflessioni profonde e attuali.

Come si costruisce l’equilibrio tra i grandi nomi internazionali e i giovani talenti emergenti?

È un equilibrio quasi naturale. Quest’anno avremo oltre trenta appuntamenti del progetto “Primavera”, dove suoneranno gli allievi del nostro Conservatorio. Sono energie buone. Non esistono riserve esclusive per le star o per i giovani: i talenti si incontrano, percorrono tratti di strada insieme e creano un’alchimia vivace, fertile e percepibile dal pubblico.

Ci sono delle “chicche” musicali o prime esecuzioni da non perdere?

Avremo circa venti composizioni in prima esecuzione assoluta, molte delle quali scritte da giovani. È fondamentale che un festival sia un luogo di nuova scrittura. Inoltre, sono molto curioso di scoprire come “suonerà” il Chiostro del Complesso di San Micheletto grazie a un’inedita installazione di musica elettronica.

Lucca vanta un’eredità musicale immensa. Come onorate la tradizione mantenendo il programma innovativo?

I “grandi” del passato sono stati tali perché hanno saputo leggere il loro presente aprendo nuove strade. Onoriamo la tradizione cercando umilmente di creare progetti culturali vivi, capaci di conciliare eredità e innovazione. Lo facciamo con rigore scientifico, grazie alla collaborazione con i Centri Studi, ma anche agendo sul fermento della comunità.

Quali saranno i luoghi nevralgici o inediti valorizzati in questo 2026?

Per il 2026 confermiamo i nostri luoghi storici, ma stiamo già lavorando per il 2027 su palcoscenici sorprendenti immersi nella natura. Servono tempo e lavoro, ma la nostra straordinaria squadra di professionisti è già all’opera. Mi onoro di lavorare con intelligenze sensibili che hanno arricchito profondamente il mio percorso umano.

Come risponde la comunità lucchese al festival?

Un progetto culturale deve essere un collante sociale. Non cerchiamo solo sostegno, ma un’adesione convinta che rappresenti l’identità delle realtà locali. Siamo in ascolto costante e il riscontro, devo dire, è notevole.

Quali strategie adottate per avvicinare le nuove generazioni?

I giovani sanno riconoscere le cose autentiche, capaci di portare emozioni vere. Quest’anno sperimenteremo sessioni di meditazione sul rapporto suono-spazio e un DJ set davvero particolare. La dimensione del festival diffuso nel centro storico crea curiosità e libertà, permettendo anche ai neofiti di affidarsi e scoprire. Ho grande fiducia nelle nuove generazioni: saranno loro a guidarci.

Come vede il futuro dei festival dal vivo nell’era digitale?

Lo vedo bene. I festival sono fonti di sguardi, meraviglia ed emozioni costruttive. In un mondo frammentato, ne avremo sempre più bisogno.

C’è un appuntamento a cui è intimamente più legato?

Ogni evento esige la massima cura. Attendo sempre con trepidazione il momento magico in cui le idee prendono corpo, suono e parola. È l’insieme che mi interessa, l’armonia globale del progetto.

Se dovesse descrivere l’atmosfera di Lucca Classica 2026 con tre parole, quali sceglierebbe?

Vorrei che fosse vivace, luminosa ed essenziale. E aggiungo una quarta parola: divertente.