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Separazione delle carriere e nuovo Csm, cosa si deciderà con il prossimo referendum

Mancano ormai poche ore al voto: domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 l’Italia sarà chiamata alle urne per un appuntamento cruciale. Non si tratta di una consultazione qualunque, ma di un referendum costituzionale confermativo sulla riforma della magistratura. Un voto per il quale non è previsto alcun quorum. Un dettaglio logistico sta sollevando non poche polemiche: a differenza di quanto accaduto lo scorso giugno, questa volta i fuorisede non potranno votare nella città in cui vivono per studio o lavoro. Chi vorrà esprimere la propria preferenza dovrà necessariamente tornare nel proprio comune di residenza. Questa scelta rischia di pesare sull’affluenza, proprio in un momento in cui la posta in gioco per l’assetto dello Stato è estremamente alta. Il cuore della riforma tocca il potere giudiziario, uno dei tre pilastri dello Stato insieme a quello legislativo (Parlamento) ed esecutivo (Governo). Attualmente la magistratura si governa in autonomia attraverso il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), composto da 33 membri, tra cui venti magistrati eletti dai colleghi (“togati”) e dieci membri eletti dal Parlamento (“laici”). La riforma punta a scardinare il sistema delle correnti interne attraverso tre pilastri: separazione delle carriere: PM e giudici avranno percorsi distinti e non potranno più scambiarsi i ruoli, lo sdoppiamento del CSM, che porterebbe alla nascita di due organi separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Infine in caso di vincita del sì, si andrebbe a formare un nuovo organo, l’Alta Corte Disciplinare, con il compito di irrogare le sanzioni ai magistrati.

I sostenitori del Sì affermano che la separazione delle carriere garantirà un giudice finalmente “terzo” e imparziale, ponendo fine a un’eccessiva vicinanza tra chi accusa e chi giudica. Al contrario, i sostenitori del No temono che questa divisione possa provocare l’isolamento deipubblici ministeri, rischiando di sottoporli nel tempo allo stretto controllo del potere politico e indebolendo l’autonomia della magistratura nel suo complesso. Sebbene il quesito sia molto tecnico, il suo significato politico è enorme. Questo referendum rappresenta probabilmente l’ultimo tentativo di riforma istituzionale della legislatura in corso, e l’ultimo grande appuntamento elettorale prima delle politiche. Per il Paese non è solo un voto sulla giustizia, ma un test definitivo sulla tenuta della maggioranza e sulla visione di Stato che prevarrà nei prossimi decenni.