Esteri

Reagan e Trump, due presidenti, due attentati ma stesso luogo: l’Hilton

Il Washington Hilton, storico hotel della capitale americana, è diventato suo malgrado un simbolo ricorrente della vulnerabilità presidenziale. A distanza di 45 anni esatti, due presidenti repubblicani – Ronald Reagan e Donald Trump – si sono trovati al centro di episodi di violenza armata nello stesso luogo. Ma mentre l’attentato del 1981 fu una tragedia reale che rischiò di cambiare il corso della storia, quello del 25 aprile 2026 solleva più domande, ironie e teorie del complotto che certezze. Era un pomeriggio ordinario. Ronald Reagan aveva appena concluso un discorso davanti ai sindacati AFL-CIO nella ballroom dell’Hilton. Mentre usciva dall’hotel per salire sulla limousine presidenziale, John Hinckley Jr. , un 25enne ossessionato dall’attrice Jodie Foster, aprì il fuoco con una rivoltella .22 carica di proiettili “Devastator”. In appena 1,7 secondi Hinckley sparò sei colpi da pochi metri di distanza. Il presidente fu colpito da un proiettile che rimbalzò sulla carrozzeria blindata e gli perforò un polmone, fermandosi a pochi centimetri dal cuore. Il portavoce James Brady rimase paralizzato (morì 33 anni dopo per le complicanze), un agente del Secret Service e un poliziotto furono feriti gravemente. Reagan sopravvisse dopo un intervento d’urgenza, ma l’America trattenne il fiato per giorni. Hinckley non aveva movente politico: agì per un delirio erotomanico, sperando di impressionare Foster.

L’attentato portò a un radicale rafforzamento delle misure di sicurezza presidenziale e trasformò l’hotel nel soprannominato Hickley Hilton. Quasi mezzo secolo dopo, durante la cena annuale dei corrispondenti della Casa Bianca, un uomo di 31 anni, Cole Thomas Allen di Torrance (California), ha tentato di superare un checkpoint di sicurezza all’interno dell’hotel. Armato di fucile a pompa, pistola e coltelli, ha sparato diversi colpi ferendo leggermente un agente del Secret Service (salvato dal giubbotto antiproiettile). Trump, Melania, JD Vance e altri membri dell’amministrazione sono stati evacuati rapidamente. Nessuno tra gli ospiti di alto profilo è rimasto ferito. Allen è stato neutralizzato e arrestato. Pochi minuti prima dell’azione, Allen aveva inviato un “manifesto” ai familiari in cui si definiva “Assassino Federale Gentile”, accusava Trump di essere “pedofilo, stupratore e traditore” e dichiarava di voler colpire l’amministrazione per motivi ideologici. Aveva viaggiato in treno da Los Angeles e, particolare ironico, aveva regolarmente prenotato una stanza proprio all’Hilton. La differenza più evidente è nella gravità concreta. Nel 1981 Reagan fu a un soffio dalla morte; quattro persone furono colpite, una rimase invalida a vita. Nel 2026 l’attentatore è stato fermato prima di avvicinarsi alla sala da ballo. Grazie ai metal detector e ai protocolli introdotti proprio dopo l’attentato a Reagan, Allen non ha mai avuto una linea di tiro libera su Trump. Il bilancio: un solo ferito lieve tra le forze dell’ordine. Proprio qui emergono gli aspetti ironici e controversi dell’episodio recente, stesso hotel misure di sicurezza opposte:Hinckley sparò in uno spazio aperto e poco controllato. Allen, nonostante fosse armato pesantemente, è stato bloccato al checkpoint. Molti commentatori si chiedono come un uomo con fucile e pistola sia riuscito ad arrivare così vicino in un evento con il Presidente, ma al tempo stesso sottolineano che le misure post-1981 hanno funzionato, evitando una strage.

Hinckley era mentalmente instabile e apolitico. Allen ha lasciato un manifesto carico di retorica anti-Trump tipica dell’estrema polarizzazione attuale. Questo rende l’attentato del 2026 più “contemporaneo”, ma anche più suscettibile a letture strumentali e, mentre l’attentato a Reagan è entrato nei libri di storia come fatto accertato, quello a Trump ha immediatamente generato un’ondata di teorie secondo cui sarebbe stato una messinscena. Sui social si dibatte se l’episodio sia stato esagerato per motivi politici, per distrarre da altre questioni o per rafforzare l’immagine di Trump come bersaglio perseguitato. Ironia della sorte: lo stesso Trump aveva in passato alimentato dubbi su altri attentati, inclusi quelli contro di lui. Oggi si trova dall’altra parte della narrazione complottista. D’altro canto la calma che emerge dai video della serata ben si presta a congetture e ironia. Allen si definisce “gentile” nel suo manifesto e aveva prenotato una camera nell’albergo come un normale ospite. L’immagine di un attentatore che fa il check-in prima di provare a uccidere il Presidente aggiunge un tocco surreale e quasi grottesco alla vicenda, lontanissimo dalla drammaticità caotica del 1981.

L’attentato a Reagan fu uno shock che portò a riforme concrete. Quello a Trump – il terzo tentativo in meno di due anni – rischia di essere inghiottito nel vortice delle teorie del complotto, delle accuse reciproche e della spettacolarizzazione mediatica. Mentre nel 1981 l’America si unì nel dramma, nel 2026 sembra divisa tra chi vede un pericolo reale per la democrazia e chi sospetta una regia occulta. Il Washington Hilton resta lì, silenzioso testimone di due episodi distanti per gravità ma vicini nel ricordare quanto fragile sia la linea tra politica, odio e follia. La vera domanda non è solo “come è potuto accadere di nuovo”, ma perché, dopo 45 anni, il dibattito pubblico sembri più interessato alle narrazioni polarizzate che ai fatti.