Neonata invalida per un errore medico durante il parto, 700mila euro di risarcimento ai genitori
Il 5 novembre del 2016 era venuta al mondo ma si era verificata una grave sofferenza fetale già nella fase pre-parto e durante il travaglio, culminato poi nel parto naturale indotto “con distocia di spalla”, ma per effetto di ciò aveva subito un’importante “sofferenza anossico-ischemica”, evitabile col taglio cesareo, stando al resoconto processuale, e rimane invalida. La piccola infatti viene ritenuta invalida totale con tanto di indennità e accompagnamento da parte dell’Inps.
Per i legali dei genitori la responsabilità dell’accaduto è dell’ospedale di Bologna che ora a distanza di 10 anni dovrà pagare 700 mila euro di danni, più interessi e spese legali. Ma per arrivare alla sentenza dei giorni scorsi a firma del giudice Paola Matteucci, della seconda sezione civile del Tribunale di Bologna, ci sono voluti diversi e singolari passaggi, giudiziari e amministrativi, molto complessi ma alla fine dopo questo tortuoso percorso la bambina e i genitori saranno risarciti dall’ospedale bolognese. Il 20 settembre del 2019 il legale dei genitori della piccola inoltrava all’ospedale di Bologna una richiesta di risarcimento danni con riferimento alla responsabilità medica dei sanitari. Il nosocomio priva la pratica, affidandola ai propri legali. Il 30 settembre del 2020 il Comitato di valutazione sinistri aziendale dell’ospedale decideva di inviare il fascicolo al Nucleo regionale di valutazione per l’acquisizione di un parere. Sempre stando al resoconto processuale, nella seduta del 26 novembre del 2020 il Nucleo regionale di valutazione autorizzava l’ospedale bolognese ad avviare trattative stragiudiziali per la definizione del sinistro. Il 10 dicembre del 2020 l’ospedale di Bologna prendeva atto del parere, autorizzando l’avvio di trattative per la somma di euro 687.812, “finalizzate alla definizione bonaria del sinistro”.
E si arriva al 2022 quando i genitori formulavano la proposta transattiva per la definizione della vertenza a saldo e stralcio a fronte del pagamento della somma onnicomprensiva di euro 699.179, inoltre dichiaravano di rinunciare a intraprendere azioni in sede civile, penale e amministrativa. L’ospedale accettava. Poi c’è un primo passaggio davanti al Giudice Tutelare, sempre nel 2022, per chiedere il consenso che all’inizio viene negato, e un secondo passaggio nel maggio del 2025. Stavolta il consenso viene fornito ma si scopre che nel frattempo l’ospedale ha revocato la proposta transattiva. Per i giudici invece non poteva farlo e ora dovrà risarcire la famiglia.
La sentenza del Tribunale di Bologna, sositene l’vvocato Francesco Parise esperto in materia, sancisce un principio di fondamentale civiltà giuridica a tutela dei cittadini nel campo della responsabilità medica, “stabilendo che l’accordo transattivo già perfezionato con un’azienda ospedaliera non può essere arbitrariamente revocato in autotutela dall’ente pubblico sulla base del successivo deposito di una consulenza tecnica favorevole”. Questo perché il giudice ha chiarito che “il vincolo contrattuale si era già validamente costituito attraverso lo scambio di proposta e accettazione scritta culminato nella delibera aziendale, un accordo di natura paritaria che l’amministrazione è tenuta a rispettare in forza dei doveri di correttezza e buona fede contrattuale”. Secondo la decisione del Tribunale, infatti, l’ospedale non può invocare la revoca per asseriti motivi di pubblico interesse o risparmio economico “quando la complessità e l’incertezza sull’esito della lite erano ampiamente prevedibili fin dall’inizio, come provato dai dubbi tecnici espressi dagli stessi medici legali interni dell’ente ospedaliero”, né ha importanza che l’autorizzazione del Giudice Tutelare sia sopravvenuta in corso di causa, “trattandosi di una misura posta a tutela esclusiva della minore che l’azienda non ha titolo per contestare e che consolida definitivamente il diritto della famiglia a ricevere il risarcimento pattuito”, come detto di circa 700 mila euro più interessi e spese legali.
(Fonte Corriere della Sera)
