Cronaca

Massa, è il giorno degli interrogatori dei maggiorenni: “Si sono difesi”, ma restano nodi da sciogliere sulla morte di Giacomo Bongiorni

Si è tenuta questa mattina, 15 aprile, nel carcere di Massa l’udienza di convalida del fermo per i due maggiorenni coinvolti nella morte di Giacomo Bongiorni, il 47enne deceduto nella notte tra sabato e domenica dopo un’aggressione in piazza Felice Palma. Il Gip non ha convalidato il fermo, per la mancanza del pericolo di fuga, ma ha disposto contestualmente la misura cautelare in carcere per i due indagati, che quindi rimangono dove già si trovavano dal momento dell’arresto. Davanti al Gip del Tribunale di Massa sono comparsi Ionut Alexandru Miron, 23 anni, ed Eduard Alin Carutasu, 19 anni, entrambi indagati per omicidio volontario e rissa, mentre i minorenni coinvolti saranno ascoltati domani 16 aprile dal Tribunale per i Minori di Genova. Nel corso dell’interrogatorio sono emerse versioni difensive che, almeno in questa fase, tendono a ridimensionare o a escludere responsabilità dirette nella morte di Giacomo. Miron, attraverso il suo legale Giorgio Furlan, ha dichiarato di non aver “neppure sfiorato” Bongiorni, sostenendo di essere estraneo alla fase che ha portato all’esito fatale. Una posizione che punta a separare la sua presenza sul posto dall’aggressione decisiva.

Molto più articolata la linea difensiva di Carutasu, che attraverso il suo legale Enzo Frediani contesta alla base la ricostruzione iniziale dei fatti. “Il mio assistito ha detto che la rissa è nata da un comportamento delle controparti – spiega l’avvocato – e non dei giovani, per cui non è vero come era stato detto in un primo tempo che questi giovani si stavano mal comportando e che avevano lanciato delle bottiglie contro le vetrate, la vetrata del kebab è infranta da mesi”. Il legale entra poi nel dettaglio della versione fornita dal 19enne, ricostruendo una dinamica diversa rispetto a quella emersa nelle prime ore: «Per una cosa fortuita, mentre due di questi giovani scherzavano, è caduta una bottiglia; gli è stato detto di raccogliere i vetri, lo hanno fatto e la cosa sembrava finita lì. Tanto che sia Bongiorni che il cognato erano tornati verso il luogo dove si trovavano prima. Invece poi Bongiorni si è riportato nei pressi dei giovani con cui aveva avuto un piccolo alterco prima e gli ha assestato una testata, poi il cognato si è fatto sotto con una bottiglia, a quel punto il mio assistito, con un altro soggetto, è andato incontro al cognato del Bongiorni, lo hanno bloccato e colpito, è nato uno scambio di colpi”.

“Nel frattempo – prosegue – andava avanti l’altro scontro, perché il ragazzo che ha subito la testata aveva reagito. Il mio assistito ha partecipato alla fase che riguardava il cognato e solo alla fine ha visto che il minore che aveva preso la testata era in difficoltà: è andato lì per aiutare l’amico, ma in quel momento il minore è riuscito a ribaltare l’altro soggetto e a farlo finire a terra. A quel punto, quando era già a terra, il mio assistito ha dato un calcio al capo. Una cosa bruttissima, ma secondo il mio medico legale si vede che è un calcio che non ha una carica precedente, un calcio di piatto, più per rabbia che un calcio che vuole fare male, per noi non è stato un colpo mortale, non ha avuto una efficienza causale sulla morte”.

Le difese, quindi, convergono su un punto: l’assenza di volontà omicida e la presenza di una dinamica caotica, non pianificata, in cui la violenza sarebbe degenerata in modo non previsto. Un’impostazione che sarà ora valutata dal giudice insieme agli elementi raccolti dagli investigatori.

Sul fronte delle indagini, i primi riscontri medico-legali indicano una emorragia cerebrale molto estesa, compatibile sia con i colpi ricevuti sia con la caduta sull’asfalto. Un dato che lascia aperta una delle questioni centrali dell’inchiesta, ovvero se la morte sia riconducibile a un singolo colpo o a una sequenza di azioni violente. L’esito definitivo arriverà con la consulenza autoptica, che sarà depositata nei prossimi trenta giorni. Secondo quanto ricostruito finora dai carabinieri, coordinati dalla Procura di Massa e da quella per i Minorenni di Genova, l’aggressione si sarebbe sviluppata in più fasi, coinvolgendo inizialmente anche il cognato della vittima, a partire da un richiamo legato a una bottiglia caduta o lanciata contro una vetrina. In questo contesto emergerebbe il ruolo di un diciassettenne, con esperienza nel pugilato, che avrebbe avuto un primo contatto fisico diretto con Bongiorni. La vittima sarebbe poi caduta a terra dopo un colpo al volto e, secondo alcune ipotesi investigative, sarebbe stata colpita ulteriormente anche mentre si trovava già a terra. Determinanti saranno le immagini delle telecamere di sorveglianza e le testimonianze raccolte, elementi che dovranno chiarire con precisione il ruolo di ciascun indagato e la sequenza esatta dei fatti.

Nel frattempo, fuori dalle aule, arrivano anche le parole della famiglia di uno dei ragazzi coinvolti, che raccontano un’altra prospettiva della vicenda. Il padre di Alin Eduardo Carutasu, visibilmente provato, ha dichiarato: “Da quello che sappiamo noi, anche i ragazzi sono stati aggrediti e si sono difesi. E non è assolutamente così che doveva finire. È una tragedia ma mio figlio è un bravo ragazzo. Mi dispiace da morire, non so cosa fare. Non siamo criminali. Mio figlio non è un criminale”. Parole a cui si aggiunge un’altra frase che restituisce il peso umano della situazione: “La nostra vita è rovinata”. La madre del giovane, secondo quanto riferito, avrebbe avuto un malore al momento dell’arresto. Il quadro, al momento, resta quindi in evoluzione da un punto di vista giudiziario in attesa della fine delle indagini e dei risultati dell’autopsia: da una parte le versioni degli indagati, che negano o ridimensionano il proprio coinvolgimento diretto nella morte, dall’altra gli accertamenti tecnici e investigativi che dovranno stabilire le responsabilità individuali all’interno di un episodio che, per modalità e conseguenze, ha profondamente colpito la comunità e non solo.

E mentre nelle aule si discutono dinamiche, responsabilità e singoli gesti, fuori resta una realtà che non può essere ricostruita allo stesso modo da tutti, perché quella notte ha lasciato dietro di sé conseguenze che vanno oltre ogni versione, e tra queste c’è un bambino che, davanti a tutto questo, non cerca una spiegazione giuridica, ma continua a chiedere semplicemente dove sia suo padre. E tutti sappiamo dov’è e perché.