Polvere di stelle

Marilyn Monroe: verità e retroscena sulla sua morte in una biografia, mentre Hollywood si prepara alle celebrazioni

Nel centenario della nascita di Marilyn Monroe, la biografia “I Wanna Be Loved By You” di Andrew Wilson ha riportato l’attenzione su uno dei misteri più duraturi di Hollywood, offrendo una lettura che sposta il focus dalle narrazioni sensazionalistiche verso una spiegazione più umana e tragica. Wilson, attraverso una struttura originale fatta di cento istantanee della vita dell’attrice, basate su lettere inedite, appunti clinici, registrazioni audio e testimonianze dirette, arriva alla conclusione che la morte non fu né un suicidio volontario né un omicidio orchestrato, bensì il risultato di un errore medico catastrofico. Secondo lo scrittore, il medico personale di Marilyn, Hyman Engelberg, le avrebbe prescritto una combinazione letale di Nembutal e cloralio idrato senza avvertirla adeguatamente dei rischi di interazione tra i due sedativi potenti. Una prescrizione di cloralio idrato datata giugno 1962, firmata proprio da Engelberg, contraddirebbe le dichiarazioni successive del medico, che negava di aver mai fornito quel farmaco. Marilyn, già fragile e in lotta contro l’insonnia cronica, assunse i medicinali in un modo che portò a un’overdose accidentale, un incidente reso più probabile dalla depressione e dalla confusione mentale degli ultimi giorni. Questa tesi ridimensiona il mito complottista e sottolinea invece come la star sia stata lasciata sola da chi avrebbe dovuto proteggerla, tra prescrizioni incrociate e una gestione superficiale della sua dipendenza da farmaci. Wilson non esclude del tutto le pressioni esterne, ma insiste che la spiegazione più plausibile sia proprio questa negligenza medica, simile per certi versi ad altri casi recenti di overdose da farmaci prescritti. Il libro, ricco di materiali d’archivio mai visti prima, dipinge Marilyn non solo come vittima del sistema hollywoodiano ma anche come una donna resiliente che cercava disperatamente di essere presa sul serio, oltre l’immagine di sex symbol. Le teorie alternative sulla sua morte, tuttavia, continuano a esercitare un fascino irresistibile e hanno alimentato libri, documentari e dibattiti per oltre sessant’anni.

La versione ufficiale, stabilita dal coroner poco dopo il ritrovamento del corpo il 5 agosto 1962, indicava un probabile suicidio per overdose acuta di barbiturici. I livelli tossici trovati nel sangue e nel fegato erano altissimi, e la storia clinica di Marilyn supportava questa ipotesi: anni di depressione, tentativi precedenti di suicidio, aborti spontanei dovuti all’endometriosi, ansia costante e un isolamento crescente dopo il licenziamento dal set di Something’s Got to Give. Quella notte parlò al telefono in modo confuso, lasciando intendere un addio, e fu trovata nuda nel letto con la cornetta in mano. Molti biografi vedono nella sua fine il culmine inevitabile di una vita segnata da traumi infantili, matrimoni falliti e la pressione di un’industria che la voleva bella e disponibile ma non necessariamente profonda. Dall’altro lato si ergono con forza le ipotesi di omicidio, spesso legate ai Kennedy. Secondo queste ricostruzioni, Marilyn avrebbe avuto relazioni intime con John Fitzgerald Kennedy e forse con il fratello Robert, accumulando segreti sensibili su affari di stato, legami con la mafia e promesse non mantenute.

Dopo il celebre Happy Birthday Mr. President cantato in abito aderente al Madison Square Garden, le frequentazioni si sarebbero interrotte bruscamente, e lei avrebbe potuto rappresentare un pericolo per la reputazione della famiglia politica più potente del momento. Le incongruenze investigative alimentano questi dubbi: lo stomaco vuoto nonostante i dosaggi letali, l’assenza di residui di pillole, il ritardo nella chiamata alla polizia, le versioni contrastanti della governante Eunice Murray e del dottor Ralph Greenson, la scomparsa di un presunto diario rosso contenente annotazioni compromettenti, e persino la distruzione prematura di alcuni campioni durante l’autopsia. Testimoni tardivi hanno raccontato di aver visto Robert Kennedy a Los Angeles quella sera, e teorie più estreme coinvolgono la mafia o i servizi segreti in una copertura orchestrata per eliminare una testimone scomoda. Questi scenari, pur privi di prove dirette conclusive secondo le inchieste ufficiali come quella del 1982, continuano a prosperare perché spiegano le ombre e le lacune che una morte accidentale o suicida non riesce del tutto a dissipare.

La vita di Marilyn, nata Norma Jeane Mortenson il primo giugno 1926, fu un’ascesa straordinaria dal nulla alla fama mondiale, segnata però da fragilità profonde. Cresciuta tra case famiglia e orfanotrofio a causa dei problemi mentali della madre, sposata giovanissima per sfuggire all’instabilità, entrò nel mondo dello spettacolo come modella e poi come attrice. Film come Niagara, Gli uomini preferiscono le bionde, Quando la moglie è in vacanza e A qualcuno piace caldo la trasformarono in icona di sensualità, mentre i matrimoni con Joe DiMaggio e Arthur Miller rivelavano una donna in cerca di stabilità emotiva.

Negli ultimi anni, dopo il divorzio da Miller e le difficoltà sul set, combatteva contro la depressione e la dipendenza, sognando ruoli più seri e una vita lontana dai riflettori. La sua morte a soli trentasei anni congelò quell’immagine di glamour vulnerabile che ancora oggi affascina il mondo. In fondo, qualunque sia la verità sulla notte del quattro agosto, la biografia di Wilson invita a guardare oltre i complotti e a riconoscere la tragedia umana di una donna brillante schiacciata dalle aspettative, dai farmaci e dalla solitudine. Marilyn resta un simbolo eterno, non solo di bellezza, ma della complessità del prezzo della fama.