Cronaca

Lucca, la “Giostra macabra” e immobile di Hans Op de Beeck a Vorno si potrà visitare fino al 25 ottobre

L’installazione, che dà il titolo all’intera mostra, si configura come un paesaggio monocromo in bianco e nero che evoca un parco notturno.

Nella campagna di Vorno, nel Comune di Capannori, sulle colline che guardano Lucca, una giostra grigia sta ferma come un relitto. Non gira, non suona, non luccica. I cavalli e le carrozze sono dello stesso tono spento degli alberi spogli e delle pozzanghere che la precedono, e chi arriva alla Tenuta Dello Scompiglio ha l’impressione di entrare nella prima inquadratura di un film girato di notte, dopo che qualcuno ha spento tutte le luci della festa. È questo il cuore di Danse Macabre, la mostra personale di Hans Op de Beeck curata da Angel Moya Garcia, aperta dall’undici aprile fino al venticinque ottobre duemilaventisei. L’artista belga ha costruito un paesaggio fittizio e privo di colore: un parco notturno fatto di vegetazione denudata, specchi d’acqua immobili e barili di petrolio trasformati in focolari. Un sentiero sinuoso conduce alla sala principale, dove sorge la scultura che dà il titolo all’intera esposizione.

Si tratta di una giostra a grandezza naturale, alta più di sei metri e larga quasi dieci, realizzata nel duemilaventuno per la Triennale di Bruges e qui ripensata come installazione site-specific. Acciaio, alluminio, legno, resine, gesso e un coating opaco la riducono a un unico grigio di cenere. Quello che nella memoria collettiva è un oggetto barocco, kitsch e scintillante diventa un fossile. Op de Beeck ha dichiarato di averle tolto l’ultima sfumatura di vivacità. Il risultato non è una copia della giostra da luna park, ma una interpretazione scultorea, un’immagine che soffoca e insieme solleva ciò che rappresenta, come un resto abbandonato dopo un incendio o una catastrofe. Sulla piattaforma ruotano, senza ruotare, una famiglia di scheletri in abiti ottocenteschi, resti di torte e piatti usati, bottiglie vuote, posacenere, frutta, pesci di specie diverse, una foca al guinzaglio tenuta da una bambina di ossa, un damerino che fuma in carrozza, un aeroplanino che evoca i bombardieri della Grande Guerra. Nulla è coerente e proprio per questo tutto diventa eloquente. L’artista ha concepito quella processione immobile come una natura morta ingrandita. Il genere della still life, nella tradizione fiamminga che gli appartiene per nascita e per sguardo, è da secoli un memento mori: un richiamo alla transitorietà e alla relatività delle nostre vite.

Qui la danza macabra medievale, quel corteo in cui la Morte prende per mano papa, imperatore, fanciullo e contadino, si è fermata a metà giro. Resta solo il vuoto che segue ogni festa, l’allegria già sempre perduta. Un paesaggio sonoro composto da Sam Vloemans ed eseguito dall’Hermes Ensemble risuona da lontano e guida il visitatore verso la seconda parte della mostra, dove viene proiettato in loop il film d’animazione Vanishing Point. Il titolo allude al punto di fuga della prospettiva, lì dove le linee parallele sembrano convergere e la profondità smette di essere misurabile. Op de Beeck usa l’espressione in senso metaforico: il momento in cui si passa dal concreto all’astratto, dalla leggibilità all’indecifrabile, dal sé alla sua momentanea scomparsa.

Il film si apre su un bambino addormentato, palpebre e respiro appena animati, e poi scorre tra acquerelli in bianco e nero che ritraggono paesaggi inventati, figure e nature morte. Compare anche la giostra, stavolta abbandonata sotto la neve, che gira lentamente. Insieme alla musica, quelle immagini invitano a un breve abbandono, a diventare per un attimo nulla o nessuno. Hans Op de Beeck è nato a Turnhout nel millenovecentosessantanove e vive tra Bruxelles e Gand. Viene da una famiglia di insegnanti, un’infanzia ordinaria e insieme difficile, segnata dal disturbo bipolare del padre e da una madre che cresceva da sola quattro figli. Disegnava fumetti, suonava il violino, scriveva, recitava, compose canzoni. Lasciò casa giovane, passò per mestieri diversi e per la scuola di recitazione prima di scegliere le arti visive. Si formò allo Sint-Lukas di Bruxelles, poi all’HISK di Anversa e alla Rijksakademie di Amsterdam; all’inizio degli anni Duemila fu anche allo studio program del MoMA PS1 di New York. Da allora ha costruito un corpus che comprende installazioni monumentali, sculture, film, testi, disegni, fotografia e grandi acquerelli.

Nell’ultimo decennio ha attraversato anche il teatro, l’opera e la danza
contemporanea come drammaturgo, regista, scenografo e costumista. Ha esposto in istituzioni come lo Hirshhorn Museum di Washington, il M HKA di Anversa, il Centre Pompidou, la Tate Modern, Amos Rex a Helsinki e, nel duemilaventicinque, il KMSKA di Anversa con una delle sue mostre più vaste, fatta di decine di figure a grandezza naturale o gigantesche. In Italia è noto soprattutto grazie a Galleria Continua e al Premio Pino Pascali ricevuto nel duemiladiciassette. Il suo stile si riconosce prima ancora dei soggetti. Ama gli spazi deserti e tattili, quelli che chiama fiction visive: set vuoti in cui lo spettatore può camminare o sedersi, rifugi scolpiti per l’introspezione.

Nei film, al contrario, popolano la scena personaggi anonimi. Cerca di stimolare i sensi e di consegnare un momento di meraviglia e di silenzio. L’uomo, per lui, mette in scena il mondo in modo tragicomico. La realtà contemporanea è già di per sé una recita goffa e commovente; l’arte non deve smascherarla, deve sospenderla abbastanza a lungo perché si possa abitarla. Il grigio opaco che ricopre molte delle sue sculture non è un vezzo formale. Toglie all’oggetto l’ultima pretesa di vitalità e lo rende contemporaneamente reliquia e visione. Non imita: interpreta. E chiede allo spettatore quella sospensione dell’incredulità che permette a qualcosa di evidentemente finto di diventare, per il tempo della visita, più vero del vero.

La giostra lo ossessiona da un quarto di secolo. Nel 1999, all’inizio della carriera, realizzò il video Blender, in cui un carosello pomposo e colorato cominciava a ruotare e si dissolveva in un vortice simile allo zucchero filato, per poi fermarsi di nuovo. Tornò sul motivo in Merry-go-round e in The Amusement Park. Lo considera una forma di intrattenimento profondamente umana e un po’ assurda: prendiamo i bambini, li mettiamo su cavalli di legno e li facciamo girare inutilmente in tondo.

Quando quell’oggetto non è più in uso, quando il movimento e il colore se ne sono andati, resta una malinconia simile al silenzio dopo una festa. A Vorno quella malinconia si allarga al paesaggio intero e si fa esperienza. Non si guarda un’opera appesa al muro. Si attraversa una notte inventata. La Tenuta Dello Scompiglio, ideata e diretta da Cecilia Bertoni, è il luogo giusto per un lavoro simile. Non è un white cube. È una realtà agricola e culturale in cui le arti visive e performative dialogano con il bosco, con la terra e con l’architettura. L’installazione di Op de Beeck non viene calata dall’alto su uno spazio neutro: si insedia in un territorio che già coltiva la lentezza e lo scarto rispetto al rumore del mondo.

Il visitatore paga dieci euro, giovedì e venerdì al pomeriggio, sabato e domenica un po’ più tardi, oppure prende appuntamento, e si trova a camminare tra alberi che sembrano disegnati a carboncino prima di arrivare a quella giostra che non gira. Danse Macabre non predica la morte. Non fa della vanitas un monito.

Offre piuttosto un tempo sospeso in cui la festa e il suo dopo coincidono, in cui l’infanzia evoca dalla giostra e il bambino addormentato di Vanishing Point sono la stessa figura vista da due distanze. Op de Beeck è affascinato dagli attimi in cui diventiamo nessuno, in cui lasciamo andare la comprensione logica del mondo e scivoliamo in uno stato di perdita del sé e di atemporalità.

A Vorno, fino alla fine di ottobre, quella perdita ha la forma di un parco notturno e di un carosello di ossa. Si esce con gli occhi ancora pieni di grigio e con la strana sensazione che la vita, proprio perché è già sempre sul punto di fermarsi, meriti di essere guardata con quella attenzione meticolosa e teatrale che l’artista riserva anche al più piccolo resto di torta sulla piattaforma di una giostra immobile.