Cronaca

Lo street artist che copre le svastiche aggredito da un ultrà del Verona: “Spinto a terra anche mio figlio di 3 anni”

Non è solo un artista: è un cittadino che da anni fa, da solo e a sue spese, quello che le istituzioni spesso non fanno, togliere l’odio dai muri pubblici.

Il 15 agosto 2026, a Ferragosto, Pier Paolo Spinazzé, in arte “Cibo”, è stato aggredito fuori da una gelateria di San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona. Aveva portato il figlio di tre anni e la moglie a prendere un gelato. Un 36enne con maglietta e cappello Hellas Army si è avvicinato, ha attaccato adesivi con il nome dell’artista barrato, lo ha trascinato via dal tavolo e lo ha spinto a terra. Nell’azione ha fatto cadere anche il bambino. Cibo, affetto da sclerosi multipla, ha riportato lesioni a spalla e polso, la maglietta strappata e il telefono rotto. L’aggressore ha urlato che era «quello che meriti» e che «non finisce qua». I carabinieri lo hanno identificato sul posto. Lo stesso giorno della denuncia, lo stesso adesivo è comparso sulla cassetta delle lettere di casa. Questo non è un litigio da stadio. È un attacco politico a un artista che da oltre quindici anni copre svastiche, croci celtiche e scritte razziste con murales di pizza, würstel, pomodori e capresi.

Cibo non fa propaganda: usa il cibo — linguaggio universale e «super partes», come lo definisce lui — per togliere dall’occhio pubblico i simboli dell’odio. Lo fa da quando, nel 2008, un gruppo di estremisti uccise un suo compagno di università. Da allora ha ricevuto minacce di morte, una bomba carta sotto l’auto nel 2019, vandalismi sistematici alle sue opere e scritte come «Cibo e Plank morti». Non si è mai fermato. Nel 2025 ha persino organizzato un’azione collettiva con altri undici street artist per restaurare i murales imbrattati. L’aggressore appartiene a Hellas Army, il gruppo ultras della curva Sud del Verona. Quella curva ha una storia documentata di contiguità con l’estrema destra, di cori razzisti e di violenza. Nel 1996, durante un derby, esposero un manichino nero impiccato e figuranti vestiti da Ku Klux Klan per protestare contro l’acquisto di un calciatore di colore. Nel 2019 i cori «niente negri» e gli ululati a Mario Balotelli costarono il daspo fino al 2030 al capo ultrà Luca Castellini, che dichiarò che Balotelli «non potrà mai essere del tutto italiano». Nel maggio 2025, 21 ultras di Hellas Army sono stati denunciati per aver assalito con bastoni e cinture tifosi del Napoli che festeggiavano lo scudetto: tra le vittime c’erano donne e bambini, un uomo ha riportato una costola rotta. Episodi di pestaggi, aggressioni a stranieri e scontri tra fazioni interne si ripetono da decenni e in qualsiasi parte della provincia veronese si possono vedere simboli dell’Hellas Verona affiancati a svastiche e moti fascisti.

Il club ha a volte preso le distanze da gesti estremisti, ma senza una chiara presa di posizione nei confronti di una parte della curva che ha trasformato il tifo in identità politica e in pratica di intimidazione. Aggredire un artista disabile davanti alla famiglia, in un luogo frequentato da bambini, per il solo fatto che copre svastiche, è la prosecuzione di quella logica: chi toglie i simboli dell’odio deve essere messo a posto. Cibo ha detto che queste azioni gli confermano di stare dando fastidio e che non si fermerà. Chi usa la violenza per difendere le svastiche sui muri non sta facendo tifo: sta cercando di imporre, con la forza, che l’odio resti visibile. Intanto sui social una parte di popolazione veronese si schiera a favore dell’aggressore con commenti di una cattiveria disumana: “se l’è cercata” “l’aggressore è stato troppo morbido” “il signor cibo infanga la reputazione della curva e ha quello che si merita” e altro di questo tenore.

L’aggressione a Cibo è gesto da condannare senza ambiguità e dovrebbe far riflettere la popolazione intera. A Cibo va la nostra solidarietà piena. Non è solo un artista: è un cittadino che da anni fa, da solo e a sue spese, quello che le istituzioni spesso non fanno — togliere l’odio dai muri pubblici. Lo fa con ironia, con colore e senza violenza, anche quando gli rispondono con minacce, bombe carta e ora con le mani. Chi aggredisce un uomo malato davanti al figlio piccolo non sta «difendendo» nulla: sta solo mostrando paura di chi, con una bomboletta, gli toglie i simboli. Cibo merita rispetto, protezione e il diritto di continuare a dipingere. Chi lo attacca merita solo la condanna e le conseguenze di legge.