Cronaca

ll Mostro di Modena, quella lunga scia di sangue che l’Italia ha ignorato per anni

Nella provincia di Modena degli anni Ottanta, all’ombra della via Emilia, si è consumata una delle vicende più oscure della cronaca nera italiana. Per oltre un decennio, un sadico assassino ha attraversato la provincia lasciandosi alle spalle una scia di almeno dieci vittime, donne quasi sempre giovanissime, unite da un destino tragico e da un’etichetta sociale che per troppo tempo le ha rese invisibili: prostitute o ragazze con problemi di tossicodipendenza. Il primo delitto risale al 1983, quando Filomena Gnasso viene ritrovata accoltellata nel quartiere Sacca. All’epoca, il caso viene frettolosamente archiviato come un regolamento di conti nel mondo del racket della droga. È l’inizio di un tragico schema di indifferenza. Due anni dopo tocca a Giovanna Marchetti, 19 anni, uccisa con il cranio fracassato. Nel 1987 vengono ritrovate Donatella Guerra e Marina Balboni. Per la prima volta emergono indizi tecnici: le impronte di pneumatici di una Fiat 131, un’auto spesso in uso a forze dell’ordine o funzionari, e il profilo di un assassino probabilmente mancino e leggermente zoppo. Marina, invece, scriveva nel suo diario di un appuntamento con una “persona importante”. Eppure, nessuno collega i casi l’uno con l’altro.

È solo grazie al lavoro di Pier Luigi Salinaro, cronista della Gazzetta di Modena, che nasce l’espressione “Mostro di Modena”. Il giornalista comprende che quegli omicidi non sono casi isolati, ma la firma di un killer seriale. Dopo una tregua, la scia riprende: Claudia Santachiara, Fabiana Zuccarini, Anna Bruzzese e Annamaria Palermo vengono uccise con modalità simili (strangolamenti o feroci coltellate) fino all’ultimo caso accertato, quello di Monica Abate nel 1995.

Oggi, dopo decenni di silenzi e archiviazioni, il caso potrebbe finalmente arrivare a una svolta decisiva. L’avvocato Barbara Iannuccelli, che assiste il fratello di Annamaria Palermo (uccisa a 21 anni con undici coltellate), ha depositato un’istanza formale alla Procura di Modena per la riapertura delle indagini.

La base di questa richiesta è puramente scientifica. Grazie alle moderne tecnologie, è oggi possibile estrapolare profili genetici (DNA) e impronte digitali da reperti che negli anni Novanta non potevano essere analizzati con precisione. La legale è riuscita a recuperare atti quasi illeggibili tramite scansioni digitali, ricostruendo un mondo di violenza quotidiana fatto di denunce e aggressioni sommerse.

Un dettaglio inquietante emerge dai nuovi studi sul corpo di Annamaria: la giovane aveva una pietra legata al collo, un gesto di crudeltà volto a garantirne l’annegamento qualora fosse sopravvissuta ai fendenti. Questo particolare, insieme alla furia dei colpi, suggerisce agli inquirenti una pista che intreccia la passione criminale con i giri dello spaccio dell’epoca. Nel mirino c’è un uomo di 68 anni, già sospettato all’epoca, il cui DNA potrebbe ora essere confrontato con le tracce ritrovate sugli abiti della vittima. La speranza è che la scienza riesca, finalmente, a dare un nome a chi ha strappato alla vita queste donne.