Cronaca

La rete dell’odio online, così diventa virale, ecco la “Mappa numero 9 dell’intolleranza”

Da quando nel 2016 Vox Diritti, l’Osservatorio Italiano sui Diritti fondato dalla giornalista Silvia Brena e dalla professoressa Marilisa D’Amico, ha avviato il progetto della Mappa dell’Intolleranza, l’obiettivo è sempre stato quello di andare oltre il semplice conteggio degli insulti sui social. La ricerca, condotta in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, l’Università di Bari Aldo Moro, la Sapienza Università di Roma, il centro di ricerca Human Hall e l’agenzia The Fool, analizza sistematicamente i contenuti pubblicati sulla piattaforma X, ex Twitter. Ogni edizione raccoglie centinaia di migliaia o milioni di post, li geolocalizza quando possibile e ne indaga non solo la quantità, ma anche le dinamiche psicologiche, retoriche e sociali. La nona edizione, i cui risultati principali sono stati presentati il 14 aprile 2026 alle ore 10:30 a Milano presso Palazzo Moriggia, Museo del Risorgimento, in collaborazione con Human Hall, ha esaminato circa due milioni di contenuti raccolti tra gennaio e novembre 2025. Il dato più immediato e preoccupante è che il 56 per cento di questi contenuti risulta negativo, una percentuale sostanzialmente stabile rispetto al 57 per cento registrato nell’edizione precedente relativa al 2024. Questo significa che l’odio online non è più un fenomeno episodico legato a eventi contingenti come elezioni o crisi migratorie, ma è diventato qualcosa di strutturale, endemico nel discorso digitale italiano. La nona edizione introduce però tre grandi novità che cambiano profondamente il modo di interpretare questi numeri.

La prima riguarda le dinamiche di viralizzazione. L’odio non si propaga in modo spontaneo o casuale, come spesso si immagina quando si parla di “effetto virale”. Al contrario, emergono pattern ricorrenti che rivelano l’esistenza di vere e proprie reti strutturate, vere centrali di amplificazione. Pochi account fungono da hub principali, da cui partono contenuti negativi che vengono poi condivisi, citati o commentati in modo coordinato. La geolocalizzazione dei contenuti virali mostra una concentrazione netta: il Lazio genera circa il 26,54 per cento di questi post, seguito dalla Lombardia con il 21,74 per cento. Si tratta quindi di nodi territoriali precisi che alimentano e moltiplicano l’odio, rendendolo più contagioso e più difficile da arginare con interventi generici sulle piattaforme. La seconda grande novità, e forse la più inquietante dal punto di vista umano e democratico, è lo studio specifico dedicato alla deumanizzazione.

Questo filone di ricerca è stato condotto dal professor Paolo Inghilleri e dal dottor Nicola Rainisio, psicologi sociali del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. Hanno esaminato in profondità un campione mirato di 26.844 tweet ostili e hanno scoperto che la deumanizzazione, cioè la negazione sistematica dell’umanità dell’altro, compare in più di un terzo dei contenuti negativi. Non si tratta di insulti isolati o di sfoghi emotivi casuali, ma di una tecnica retorica strutturata e riconoscibile, che varia a seconda della categoria colpita e che segue vere e proprie grammatiche differenziate. Nel caso dell’abilismo, la deumanizzazione raggiunge l’80,7 per cento dei contenuti ostili e si manifesta soprattutto attraverso la biologizzazione, che rappresenta il 76,4 per cento dei casi: la persona viene ridotta a una deficienza organica, a un “difetto biologico”, come quando si usano termini legati a disabilità per svalutare chiunque sia percepito come debole o in disaccordo, trasformando una condizione medica in un insulto generico che annienta la dignità.

Nella xenofobia la percentuale di deumanizzazione arriva al 52,5 per cento, con una predominanza dell’animalizzazione che copre il 71 per cento dei meccanismi: l’altro viene paragonato a parassiti, bestie, scimmie o entità subumane che invadono e contaminano, privandolo di tratti umani come razionalità ed emozioni complesse. Nell’islamofobia emerge spesso una forma di contro-disumanizzazione, una giustificazione retorica del tipo “loro ci disumanizzano, quindi noi possiamo farlo”. In altre categorie, come la misoginia o l’antisemitismo, si alternano oggettivazione, reificazione e meccanicizzazione: la persona