Cronaca

I Lefebvriani ordinano quattro vescovi, è scisma con Roma

Per capire fino in fondo cosa è successo, bisogna tornare indietro di quasi quarant’anni.

Nel cuore dell’estate del 2026, tra i prati verdi di Écône, un piccolo villaggio svizzero incastonato nelle Alpi, si è consumato un momento che ha fatto tremare le fondamenta della Chiesa cattolica. Migliaia di fedeli, arrivati da ogni angolo del mondo con cappellini di paglia e seggiolini pieghevoli, hanno assistito in un silenzio carico di emozione alla consacrazione di quattro nuovi vescovi. La cerimonia, celebrata in latino con gesti solenni e pause cariche di significato, è stata interrotta solo da un improvviso nubifragio che ha trasformato la folla in un mare di ombrelli colorati. Eppure nessuno si è mosso. Quei fedeli, tra cui alcuni giovani italiani venuti da Milano e una ragazza italo-americana residente a Roma, sentivano di stare difendendo qualcosa di prezioso: la tradizione, la liturgia antica, un modo di vivere la fede che per loro rappresenta un’àncora in un mondo che cambia troppo in fretta. Quell’evento, raccontato con vivida partecipazione da un inviato del Corriere della Sera, non è stato solo una cerimonia religiosa.

È stato l’atto che ha reso ufficiale un nuovo scisma, il secondo in meno di quarant’anni, e che ha posto di fronte a scelte difficili migliaia di cattolici italiani che, spesso senza clamore, frequentano le cappelle della Fraternità San Pio X in cerca di quella liturgia che sentono più vicina al loro cuore. Per capire fino in fondo cosa è successo, bisogna tornare indietro di quasi quarant’anni. Nel 1988, nello stesso luogo e con lo stesso spirito di resistenza, monsignor Marcel Lefebvre, un vescovo francese profondamente legato alla tradizione, consacrò quattro nuovi vescovi senza il permesso del Papa Giovanni Paolo II.

Fu un gesto visto da Roma come una sfida aperta all’autorità del Pontefice, un rifiuto pratico del suo primato. Ne seguì una scomunica automatica, quella che nella Chiesa scatta da sé nel momento stesso in cui si compie l’atto proibito. Giovanni Paolo II, con un documento chiamato Ecclesia Dei, condannò l’azione definendola scismatica, cioè una rottura della comunione con la Chiesa universale. Eppure, anche allora, molti fedeli continuarono a seguire quei vescovi, convinti di difendere la fede autentica contro derive moderne che percepivano come pericolose. Oggi la storia si ripete, ma con colori più netti e conseguenze più ampie. I quattro vescovi consacrati il primo luglio 2026 si chiamano Marc Hanappier, Michel Poinsinet de Sivry, Michael Goldade e Pascal Schreiber. A imporre le mani su di loro c’erano due figure già note: Alfonso de Galarreta e Bernard Fellay, entrambi consacrati proprio nel 1988 da Lefebvre. La Fraternità, guidata da don Davide Pagliarani, ha spiegato di aver agito per necessità, per garantire la sopravvivenza delle proprie comunità sparse nel mondo.

Il Superiore Generale ha parlato di essere pronti a pagare qualunque prezzo pur di salvare la Chiesa. Papa Leone XIV, pochi giorni prima, aveva scritto una lettera accorata invitando a fermarsi, a non lacerare ulteriormente l’unità. L’appello è rimasto inascoltato. La risposta di Roma è arrivata rapida e chiara il giorno dopo. Il Dicastero per la Dottrina della Fede ha emanato un decreto che non lascia spazio a interpretazioni: quei vescovi hanno compiuto un atto di natura scismatica e sono incorsi nella scomunica automatica. Ma la novità più rilevante rispetto al passato è che questa volta non si è fermata ai singoli protagonisti. L’intera Fraternità San Pio X è stata dichiarata in stato di scisma. Tutti i suoi sacerdoti sono considerati scismatici, e i fedeli che vi aderiscono in modo formale rischiano la stessa sorte. Soprattutto, è stato chiarito in termini netti cosa significa questo per la vita sacramentale: i sacerdoti della Fraternità amministrano i sacramenti in modo illecito, e in particolare la confessione e il matrimonio da loro celebrati non sono validi agli occhi della Chiesa. Per un cattolico medio italiano queste parole possono suonare tecniche e lontane. In realtà toccano la vita concreta di molte persone. In Italia la Fraternità ha una presenza stabile, con priorati e cappelle in diverse regioni, dove migliaia di fedeli si recano regolarmente per assistere alla Messa antica. Molti lo fanno non per spirito di ribellione, ma perché in alcune diocesi la possibilità di partecipare a quella liturgia è limitata o regolata in modo restrittivo.

Per queste persone il primo luglio e il decreto che ne è seguito hanno creato un dilemma doloroso. Chi continua a frequentare quelle cappelle sa ora che la confessione fatta lì non ha valore sacramentale e che un eventuale matrimonio celebrato da quei sacerdoti andrebbe convalidato in seguito. Non è una scomunica che colpisce automaticamente chiunque varca la soglia di una cappella, ma è un invito forte a riflettere e, per chi vuole restare in piena comunione con Roma, a cercare altre strade. La distinzione tra chi aderisce formalmente alla Fraternità e chi vi partecipa solo occasionalmente è importante, ma nella vita reale non sempre è netta. Molte famiglie italiane si trovano in una zona grigia: vanno alla Messa della domenica, magari mandano i figli al catechismo o al campo estivo organizzato dalla Fraternità, e ora si chiedono cosa comporti tutto questo per la loro vita spirituale. Alcuni proveranno un senso di confusione o di colpa, altri invece sentiranno confermata la propria convinzione che la Chiesa ufficiale si sia allontanata dalla tradizione. La presenza a Écône di figure come l’ex parlamentare Mario Borghezio, che ha parlato di una ribellione anche attraverso la fede contro la modernità incontrollata, mostra come per alcuni questo scisma abbia anche una dimensione culturale e quasi politica. Rispetto al 1988, quello che è successo quest’anno ha un sapore diverso. Allora la rottura riguardava soprattutto i vescovi direttamente coinvolti. Oggi la Santa Sede ha esteso il giudizio all’intera struttura della Fraternità, rendendo più difficile mantenere una posizione intermedia. Dopo il 1988 ci furono anni di dialoghi, gesti di misericordia come la revoca parziale delle scomuniche nel 2009 da parte di Benedetto XVI, e tentativi di trovare un accordo.

Quei tentativi non hanno portato a una piena riconciliazione. Il 2026 segna quindi non solo una ripetizione, ma un passo ulteriore verso una separazione più definita. La Fraternità, da parte sua, continua a presentarsi come custode della vera fede e rifiuta l’accusa di scisma, sostenendo di agire per il bene delle anime. Le implicazioni per il presente sono già visibili. In Italia, come in altri Paesi, molti fedeli si trovano di fronte a una scelta che non è solo liturgica, ma ecclesiale. Alcuni torneranno nelle parrocchie ordinarie, magari chiedendo ai propri vescovi più spazi per la Messa antica. Altri rafforzeranno il legame con la Fraternità, vedendo nel decreto un’ulteriore prova della distanza tra Roma e la tradizione. Le comunità legate alla Fraternità, spesso molto coese e con scuole e attività formative, rischiano di dividersi internamente.

Le famiglie con figli piccoli si interrogano sulla validità dei sacramenti ricevuti e su come garantire ai propri cari una vita cristiana serena senza conflitti interiori. Guardando al futuro, lo scenario si fa ancora più complesso. La Fraternità, ora formalmente scismatica, potrebbe accentuare la propria identità separata, consolidando le sue strutture e la sua narrazione di resistenza. Allo stesso tempo, la richiesta di liturgia tradizionale da parte di cattolici che vogliono restare in comunione con il Papa non sparirà. Le diocesi italiane si troveranno probabilmente sotto pressione per offrire più possibilità di celebrare la Messa antica in modo regolare, proprio per evitare che i fedeli restino nelle cappelle della Fraternità. Papa Leone XIV, che aveva tentato fino all’ultimo un dialogo, si trova ora a gestire una frattura che tocca il cuore dell’unità della Chiesa. La sua capacità di tenere insieme fermezza e offerta di riconciliazione sarà messa alla prova nei prossimi anni. Per il cattolico medio italiano tutto questo non è una questione astratta di diritto canonico.

È la storia di persone che amano la Chiesa e la tradizione, che si sentono a disagio in certi cambiamenti liturgici e pastorali degli ultimi decenni, e che ora si trovano divise da una linea tracciata con maggiore nettezza. Alcuni vivranno questo momento con dolore, come una ferita aperta. Altri lo interpreteranno come una necessaria purificazione. In ogni caso, lo scisma del 2026 non chiude una pagina, ma ne apre una nuova, più incerta e più impegnativa. La Chiesa ha sempre conosciuto fratture e riconciliazioni, e la storia insegna che il tempo e la preghiera possono ammorbidire anche le divisioni più dure. Per ora, però, l’eco di quel nubifragio su Écône continua a risuonare nelle coscienze di molti fedeli italiani, chiamati a decidere da che parte stare non solo con il cuore, ma con tutta la loro vita di fede.