Il 19 maggio 2016 se ne andava uno degli uomini che hanno segnato più profondamente la seconda metà del Novecento italiano, e oggi, a distanza di un decennio, la sua assenza si fa sentire ancora con forza proprio perché il modo in cui intendeva la politica continua a sembrare, per molti aspetti, rivoluzionario e irriducibile rispetto alle abitudini del Palazzo. Pannella non era un politico come gli altri. Mentre i grandi partiti della Prima Repubblica si muovevano attraverso mediazioni opache, correnti interne e logiche di occupazione del potere, lui scelse fin dall’inizio una strada diversa, quasi provocatoria. Ispirandosi alla nonviolenza di Gandhi, trasformò il proprio corpo in strumento di lotta: scioperi della fame e della sete ripetuti, gesti clamorosi, disobbedienza civile. Non puntava a conquistare poltrone, ma a costringere lo Stato a rispettare i propri principi, a ridurre la violenza insita nel potere e a restituire ai cittadini strumenti di decisione diretta.
In un’epoca dominata dagli apparati, lui parlava direttamente alla gente, dialogava trasversalmente con tutti, senza mai farsi ingabbiare in uno schieramento rigido. Denunciava la partitocrazia come un sistema che aveva sostituito lo Stato di diritto con lo Stato dei partiti, e lo faceva senza rancore ideologico, ma con una tenacia allegra e ostinata. Le sue battaglie hanno cambiato l’Italia più di quanto molti riconoscano o vogliano ammettere. Fu tra i protagonisti della stagione dei referendum che resero il Paese più laico e moderno: dal divorzio, difeso strenuamente nel 1974 contro l’offensiva clericale, all’aborto, passando per l’obiezione di coscienza, i diritti degli omosessuali, la depenalizzazione delle droghe leggere e la riforma delle carceri. Portò le tematiche ambientali e animaliste nel dibattito pubblico quando erano ancora considerate eccentriche. E lo fece sempre con lo stesso metodo: raccogliere firme, andare davanti alla gente, usare la provocazione non come fine ma come mezzo per rendere visibile ciò che il potere preferiva ignorare. Uno dei suoi lasciti più duraturi e forse meno celebrati è Radio Radicale. Fondata nel 1976, non nacque come semplice megafono di partito, ma come esperimento di trasparenza democratica. Con il motto “Conoscere per deliberare”, divenne la prima radio italiana a trasmettere integralmente sedute parlamentari, congressi, conferenze stampa. Pannella la usava per conversazioni marathon che duravano ore, un modo di comunicare antitetico rispetto ai suoni brevi e controllati della politica tradizionale. Ancora oggi rappresenta un patrimonio di memoria storica unico, una voce che ha reso accessibile a chiunque il funzionamento reale delle istituzioni. A dieci anni dalla scomparsa, viene spontaneo chiedersi cosa resti di quella lezione. L’Italia è cambiata, certo, anche grazie a lui: è più laica, più attenta ai diritti individuali, più abituata a discutere di temi che un tempo erano tabù. Eppure il sistema politico sembra aver dimenticato proprio quel metodo alternativo che Pannella incarnava. La comunicazione è diventata ancora più superficiale, la partecipazione diretta dei cittadini più difficile, la trasparenza spesso invocata solo a parole scivolando nel bieco populismo. Lui, con pochi voti ma con un’enorme capacità di influenza morale, dimostrava che si può fare politica senza essere maggioranza, purché si abbia il coraggio di mettere in gioco se stessi in prima persona. Marco Pannella è stato definito un leone della libertà, un irregolare, un utopista concreto. Dieci anni dopo, la sua figura non si è appannata: continua a ricordare che la politica può essere servizio alla libertà individuale, confronto pubblico prolungato, forza della verità piuttosto che forza del numero. In un tempo in cui molti lamentano la crisi della democrazia, la sua eredità invita a guardare non solo ai meccanismi istituzionali, ma al modo in cui li abitiamo. Con tenacia, creatività e quel pizzico di irriverenza che gli era proprio. Forse, il modo migliore per commemorarlo non è solo ricordarne le vittorie legislative, ma provare, soprattutto oggi, a recuperare quello spirito: la convinzione che un singolo, armato di idee chiare e di coraggio civile, possa ancora muovere la storia di un Paese.
