Alberto Stasi contro la criminologa Vagli, “mi ha diffamato ora risarcisca”, il processo a Lucca entra nel vivo
Sono passati quasi diciannove anni dal 13 agosto 2007, il giorno in cui Chiara Poggi fu uccisa nella sua casa di Garlasco. Quel delitto ha segnato per sempre la vita di una famiglia, ha portato alla condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni di reclusione, e ha lasciato cicatrici profonde nell’opinione pubblica italiana. Ma oggi, in un’aula del Tribunale di Lucca, si combatte una battaglia diversa: non per rivedere la sentenza sull’omicidio, bensì per difendere la verità accertata su un aspetto che continua a essere distorto e a ferire. Al centro della querela per diffamazione aggravata presentata da Stasi c’è un articolo pubblicato nel maggio 2022 su Fanpage.it dalla criminologa Anna Vagli, dal titolo inequivocabile: “Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio”. In quelle righe, Vagli avanzava l’ipotesi che Chiara avesse scoperto sul computer del fidanzato materiale pedopornografico – custodito, secondo l’articolo, in una cartella chiamata “Militare” – e che da quella scoperta fosse nata una lite violenta degenerata nell’omicidio. Quell’affermazione, però, si scontra con una verità giudiziaria limpida e definitiva. Nel 2014 la Corte di Cassazione ha annullato con formula piena – “il fatto non sussiste” – ogni accusa di detenzione di materiale pedopornografico a carico di Alberto Stasi. Gli accertamenti tecnici, ripetuti e approfonditi durante i processi, hanno escluso categoricamente la presenza di immagini o video con minori: sul computer c’era solo materiale pornografico con adulti, perfettamente legale e privo di qualsiasi rilevanza penale in quel contesto. Nonostante questa sentenza chiara e irrevocabile, l’articolo di Fanpage presentava la presunta scoperta di materiale pedopornografico come un fatto quasi certo, legandolo direttamente al movente dell’omicidio. È proprio questo passaggio – ritenuto falso e lesivo – a essere al cuore della querela. Stasi, assistito dall’avvocata Giada Bocellari, non contesta il diritto di opinione, ma chiede che non si attribuisca come fatto accertato ciò che la giustizia ha smentito in modo netto e definitivo. Il processo, trasferito a Lucca per competenza territoriale, è entrato nella fase decisiva all’inizio di marzo 2026 davanti al giudice Nidia Genovese. Nell’ultima udienza Stasi ha chiesto un risarcimento danni oneroso, estendendo la responsabilità civile anche all’editore e al direttore di Fanpage.it. Nessun accordo è stato raggiunto: né transazione economica, né remissione di querela. Il giudice ha rinviato tutto a giugno 2026, quando il dibattimento potrebbe finalmente aprirsi. Anna Vagli ha vissuto la querela come l’inizio di una gogna mediatica e social durissima: insulti, attacchi personali, accuse sommarie. “Una querela non è una sentenza”, ha ripetuto con forza. “I fatti parleranno da soli”. E mentre lei difende il proprio lavoro di analisi criminologica, Stasi – uomo che ha scontato la pena per l’omicidio e che porta addosso l’etichetta di assassino – chiede solo che non si continui a gettare fango su un elemento che la Cassazione ha chiarito una volta per tutte: sul suo computer non è mai stato trovato materiale pedopornografico. Questa vicenda non riapre il caso Garlasco, non tocca la condanna definitiva né le indagini su Andrea Sempio. Ma ricorda a tutti una lezione amara: anche quando la giustizia ha parlato con chiarezza, alcune parole possono continuare a ferire, a insinuarsi, a lasciare cicatrici. Dietro le aule di tribunale, dietro gli articoli e le opinioni, ci sono vite spezzate, famiglie distrutte e un dolore che, a distanza di quasi vent’anni, non trova pace. Si vedrà.
