Cronaca

“Pianeta carcere”, la lettera di protesta e appello di un detenuto

Finestre rotte, fili scoperti, celle inagibili e un anziano di 72 anni lasciato senza assistenza. La denuncia scritta da un detenuto racconta un istituto “abbandonato da ogni tipo di istituzioni”. “Ci ritroviamo in un posto davvero squallido dove ogni nostro diritto ci viene negato”. La frase è netta, senza filtri. È in una lettera firmata da Hamza Tounsi, detenuto nella casa circondariale di Vercelli. La sua lettera è un atto di accusa che descrive condizioni che, se confermate, superano il limite della negligenza per entrare nel terreno dell’umiliazione quotidiana. Tounsi parla di “celle in pessime condizioni con finestre rotte”, di infissi “vecchi a tal punto che anche se sei tra i fortunati che non ce le hanno rotte sicuramente entrano spifferi e quindi il freddo ci accompagna per tutto l’inverno”. Non è solo una questione di disagio. È esposizione al freddo costante. È una stagione intera vissuta con l’aria che entra dalle crepe.

La denuncia si fa ancora più grave quando cita l’isolamento: “Sempre se non ti ritrovi in isolamento dove le finestre a volte addirittura mancano”. Manca la finestra. Non un vetro rotto: l’assenza totale. Una frase che pesa più di qualsiasi aggettivo. Il racconto prosegue su un altro fronte: la sicurezza. “Luci non a norma con cavi penzolanti, a rischio di prendere la scossa”. E ancora: “Nella zona della lavanderia dove logicamente c’è acqua per terra ci sono le prese per accendere le luci senza le bottole, semplicemente 2 cavi attaccati sopra nastro adesivo… con l’acqua sotto i piedi”.

Cavi scoperti. Acqua sul pavimento. Nastro adesivo al posto delle protezioni. È una descrizione tecnica, quasi banale nella sua semplicità. Ma è proprio questa semplicità a renderla inquietante: non si parla di sofisticate falle strutturali, ma di manutenzione elementare che non c’è.

Poi c’è il capitolo sovraffollamento. “La cella 33 del 4° piano lato E inagibile ma per mancanza di posti ci hanno messo un signore di 72 anni senza nessun aiuto”. Inagibile, ma occupata. E da una persona anziana, fragile per definizione. L’età, qui, non è un dettaglio: è un’aggravante. La lettera tocca anche il tema della sorveglianza: “La sorveglianza è praticamente inesistente”. Tounsi scrive che “anche gli assistenti del piano sono abbandonati” e che, quando cercano di segnalare problemi, “neanche rispondono al telefono”. Non è solo una denuncia contro l’istituto, ma un quadro di isolamento che coinvolge anche il personale.

“Quindi anche gli stessi poliziotti non vengono presi in considerazione, rischiano ogni giorno perché noi detenuti non avendo un aiuto molte volte sbagliamo e ci sfoghiamo con loro”. È una frase che rompe la narrazione lineare. Non c’è solo contrapposizione. C’è un sistema che, secondo il detenuto, lascia soli tutti: chi sconta la pena e chi lavora dentro. “Chiedo, chiediamo un aiuto noi all’esterno perché qui non ci aiuta nessuno, è una vera e propria vergogna”. L’ultima riga è un appello. Non un racconto intimo, ma una richiesta pubblica. Il carcere è per definizione luogo di restrizione della libertà, non della dignità. Le condizioni materiali, la sicurezza degli impianti, l’assistenza ai detenuti anziani non sono concessioni: sono obblighi.

La lettera di Hamza Tounsi consegna una fotografia dura. Spetta ora alle istituzioni verificare, rispondere, smentire o intervenire. Perché se anche solo una parte di quanto scritto fosse confermata, non si tratterebbe di semplice incuria, ma di un fallimento strutturale. E quando un detenuto scrive che vive in un posto “abbandonato da ogni tipo di istituzioni”, la domanda non è se abbia esagerato. La domanda è: chi deve controllare, dov’era? Si vedrà.