L’ennesimo suicidio avvenuto all’interno di un carcere ha spinto il Coordinamento nazionale dei dirigenti penitenziari a lanciare un chiaro allarme su quanto, ormai, le strutture penitenziarie vivano in condizioni di totale crisi. La tragica notizia arriva dal carcere veneziano La Giudecca, dove una giovane detenuta di soli 32 anni, a pochi mesi dal suo rilascio, si è tolta la vita, impiccandosi nella sua cella. Quando è scattato l’allarme, i soccorsi del 118 sono intervenuti tempestivamente nel tentativo di salvarla. È stata trasportata, infatti, d’urgenza in ospedale, ma i medici non hanno potuto fare altro che dichiarare il suo decesso. Questo è l’ottavo suicidio registrato nelle carceri italiane dall’inizio del 2026. È un dato, senza dubbio, allarmante che segnala una grave condizione di emergenza e precarietà. È questo il motivo per cui Enrico Sbriglia, coordinatore nazionale, chiede al governo di aumentare considerevolmente la presenza di psicologi, criminologi e altre indispensabili figure incaricate dell’assistenza e della cura dei detenuti.
Gli istituti penitenziari sono segnati da gravissime carenze e preoccupanti segnali di difficoltà. Le condizioni strutturali su cui si basa l’intero assetto conducono i detenuti, e non solo, a un clima di profondo disagio. Il sovraffollamento è la principale causa di problemi per gli agenti di Polizia Penitenziaria, ormai sotto organico, e costretti ad affrontare quotidianamente scene di grande violenza, senza l’appoggio di professionisti di sostanziale importanza. Non a caso, non è soltanto la condizione dei detenuti a destare serie preoccupazioni, ma è anche il contesto lavorativo delle stesse forze dell’ordine che, come già anticipato, vivono in uno stato di stress e tensione. I numerosi casi di autolesionismo mettono in pericolo non solo la vita di chi è in carcere per scontare la propria pena, ma anche gli agenti esposti a grandi rischi. Il supporto di esperti risulta, per questo, essenziale in contesti simili. Non è del tutto assente il loro contributo nelle carceri, ma è ancora troppo limitato il loro intervento. Si riduce, difatti, a sole sei ore settimanali la loro attività nelle strutture detentive, ma risulta necessario incrementare in maniera sostanziale il monte ore attualmente previsto. Affinché ciò avvenga, è essenziale attivare programmi di finanziamento con l’obiettivo di incrementare la presenza di specialisti capaci di alleviare sofferenza e squilibri.
Psicologi e criminologi dovrebbero essere coinvolti stabilmente nelle carceri italiane con un intento ben preciso: salvaguardare la salute mentale dei tanti detenuti. Non è possibile ignorare dati così critici, non si può non osservare il drammatico bilancio dei suicidi in crescita. Un luogo destinato, per natura, alla rieducazione viaggia, in realtà, lungo binari tutt’altro che positivi. L’altissimo numero di suicidi conferma tale evidenza: la totale assenza di speranza e fiducia diffusa tra i carcerati. Urge una radicale trasformazione che ponga al centro la sfera psichica di ogni individuo. Tutto ciò impone l’esigenza di una riforma risolutiva da realizzare attraverso la costante presenza di professionisti in grado di arginare l’ombra della violenza, della disperazione e della morte.
