Cronaca

Lucca, dipendenti lasciati senza lavoro con la tecnica del sorteggio, aziende senza scrupoli che agiscono nell’ombra

Una vita a testa o croce, succede anche questo. Dirigenti privi di coscienza e morale che pensano, agendo nell’ombra, di poter nascondere tutto, ma è solo una chimera ormai, perché le cose vengono fuori sempre prima o poi. Che direbbero i padri costituenti, quelli che scrissero: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”? Così inizia la nostra meravigliosa e indelebile Costituzione. I giuristi del ’46 usarono l’indicativo presente, non il condizionale. Eppure, di condizioni di lavoro strane, precarie, sfruttanti – a Lucca come nel resto d’Italia – ce ne sono fin troppe. Fanno arrabbiare, talvolta. Molto. E oggi ne raccontiamo una, l’ennesima. Lacrime, incredulità, senso di vuoto. La storia che ci racconta una giovane donna di Lucca che oggi si ritrova senza lavoro; e la cosa che fa più male è il dettaglio che spesso viene ignorato: lei un lavoro lo aveva già. Un posto full time, lontano da casa ma stabile. Quando le si è presentata l’occasione di cambiare, ha scelto di rischiare perché sembrava una scelta sensata: più vicino, più comodo, più “giusto”. Ma le cose sono andate diversamente per via dei soliti inganni di aziende senza scrupoli che pensano solo al profitto e vedono le persone come numeri o risorse da sfruttare. Durante il colloquio la ragazza parla chiaramente: “sto lasciando un posto sicuro per voi”. Non per pretese particolari, ma per trasparenza. E dall’altra parte, racconta, non è arrivato alcun segnale d’allarme. Le hanno parlato di fisiologici cali dopo il periodo natalizio, di normalità, di flussi di lavoro che scendono e risalgono. Ma non del fatto che, finita la stagione, sarebbe partita una sforbiciata pesante sul personale. Non una parola sul rischio reale di restare a casa. Intanto la ragazza inizia a lavorare e nei due mesi successivi – dice – ha ricevuto solo feedback positivi. Complimenti sul lavoro da parte di tutti, sulla sua precisione, sull’allestimento, sul modo di stare in squadra. La sensazione era quella di aver fatto la scelta giusta. Poi arriva la convocazione: pochi giorni prima della scadenza del contratto a tempo determinato: ufficio, facce tese, parole che hanno usato anche con altri dipendenti. Le stesse. “Non ti rinnoviamo per politiche aziendali”.

E qui entra in scena una frase che, per chi la subisce, ha il sapore dell’umiliazione: “È stato fatto a sorteggio”. Non una valutazione sul merito, non un “non sei idonea”, non un confronto. Un sorteggio. Come se un lavoro – e quindi una vita – potesse essere deciso con un lancio di testa o croce. Come se fosse un gioco. Un maledetto gioco. Come se non contasse niente il fatto che tu abbia lasciato un impiego stabile per quella promessa, poi tradita da quelle logiche economiche che privilegiano il crudo denaro alle persone. Non è l’unica testimonianza. Un’altra ragazza racconta di un messaggio iniziale quasi opposto a quello che poi è successo: se il gruppo va bene, restate. Addirittura, in privato, le era stato fatto intendere che potesse esserci un percorso di crescita, che l’azienda voleva investire su di lei. Poi, quando arriva il momento della comunicazione, non è nemmeno la persona con cui aveva fatto il colloquio a parlarle: è un altro responsabile che apre con una frase che dice tutto: “Non dovrei essere io a dirtelo, ma…”. Anche qui, nessun richiamo, nessuna contestazione, solo una decisione già presa, e attraverso un meccanismo che aggiunge il danno alla beffa.

Ed è qui che mi scatta la domanda più grande, quella che non riguarda più un singolo caso ma un sistema intero. Dov’è la politica? Dov’è quella politica che punta il dito verso i giovani. I giovani, sempre i giovani. Quelli additati come consumatori di divani. Quelli additati come campioni in pigrizia. Dove sono? Perché se ne vedono pochi in queste occasioni. Si vedono giovani ai quali viene detto A, fatto B, promesso C e riconosciuto F. Questo si vede. Aziende che si spacciano come innovative, smart, facilmente scalabili, giovani, che invece poi si rivelano essere uguali a quel concetto di Italietta che tanto danneggia il nostro tessuto sociale. Si vedono giovani in balia di aziende che fanno firmare contratti di massima riservatezza, per poi poter fare, dire e pensare quello che vogliono. Ma non finisce qua. E poi c’è l’altra faccia della stessa medaglia: chi lavora e non viene pagato, o viene pagato solo quando alza la voce. Qui entra la seconda parte della storia, quella di un ragazzo che ha lavorato in un’azienda del territorio con la promessa di ricevere il pagamento entro il 15 del mese successivo. Promessa, sulla carta semplice. Nella realtà, no. Il pagamento non arriva, i giorni passano, i silenzi si allungano. Alla fine succede quello che nel 2026 non dovrebbe succedere mai: per ottenere il proprio stipendio deve esporsi, pubblicare un video di denuncia, rivolgersi a un sindacato e far partire una lettera formale. Solo allora, dopo circa 45 giorni, arriva il pagamento. E non è l’unico. Nello stesso periodo, raccontano alcni testimoni, anche una collega ha dovuto fare la stessa cosa: messa in mora tramite avvocato, perché altrimenti nulla si muoveva. Non “disguidi”, non “ritardi tecnici”: settimane passate così senza senso. E per vedere soldi guadagnati lavorando, l’unica strada diventava quella di minacciare – o di avviare – azioni legali. E allora si torna lì, alla frase iniziale della Costituzione, scritta al presente. Perché se un giovane oggi può essere spinto a lasciare un lavoro stabile senza sapere che verrà “sorteggiato” per essere fatto fuori dopo poche settimane, e se un altro può lavorare e dover chiamare un avvocato per essere pagato, il problema non è più del singolo lavoratore. È un sistema marcio. È un modo di intendere il lavoro come qualcosa che si può comprimere, spostare, ritardare, tagliare, tanto “poi si trova altro”. Infine, un ragazzo ci fa vedere i messaggi dei datori di lavoro che si complimentano per i guadagni dell’azienda in una settimana. E lì capisci la bassezza, l’ipocrisia e la vergogna di un sistema che sputa sui giovani e poi li presenta come sfaticati. Ma le bugie hanno da sempre le gambe corte e prima o poi tutto è destinato a venire alla luce.