Celebrare il “Giorno della memoria” non è un esercizio di tristezza, ma un investimento sulla speranza e sul futuro
Il 27 gennaio segna un momento delicato. Per molti anni abbiamo avuto la fortuna di ascoltare i racconti direttamente da chi era sopravvissuto ai campi di sterminio. Oggi, per ragioni anagrafiche, quelle voci si stanno pian piano spegnendo. Questo significa che la responsabilità di ricordare passa ora interamente nelle nostre mani. Non basta più ascoltare una storia; dobbiamo diventare noi i narratori di ciò che è accaduto, affidandoci alle testimonianze più autorevoli, affinché la Shoah non diventi solo un capitolo sbiadito sui libri di scuola, ma resti una lezione viva e attuale. Spesso pensiamo al “Giorno della Memoria” come a un omaggio doveroso alle vittime del passato. Ma nel 2026, ricordare ha un significato che riguarda il nostro presente. La tragedia del popolo ebraico e di tutte le altre minoranze perseguitate dai nazisti non è nata dal nulla. È stata costruita giorno dopo giorno con le parole d’odio, con il silenzio dei vicini di casa e con leggi razziali che hanno tagliato dignità alle persone. Ricordare oggi serve a tenerci svegli: ci insegna a riconoscere quando qualcuno viene isolato o umiliato nel nostro tempo, magari sui social network o nella vita di quartiere.
Uno dei pericoli più grandi del nostro secolo è l’indifferenza. È facile pensare che ciò che è successo ormai più di ottant’anni fa non possa più ripetersi, ma la storia ci insegna che la democrazia è fragile. Nel 2026, con un mondo sempre più veloce e distratto, fermarsi a riflettere sul 27 gennaio è un atto di resistenza. Significa decidere di non girarsi dall’altra parte di fronte alle ingiustizie. Se ieri l’indifferenza ha permesso i treni per Auschwitz, oggi l’indifferenza può permettere che altre forme di razzismo e violenza mettano radici nelle nostre città. Le nuove generazioni oggi si informano principalmente attraverso video, immagini e contenuti che invadono i loro smartphone. In un’epoca in cui si fa sempre più fatica a, il Giorno della Memoria deve usare questi stessi strumenti per diffondere la sua voce. Non servono discorsi complicati, ciò che serve è far capire che dietro ogni numero tatuato sul braccio di un prigioniero c’era una vita, un progetto, una famiglia. La tecnologia deve servire a rendere questa memoria accessibile a tutti noi, proteggendola da coloro che vorrebbero sminuire o addirittura negare l’orrore che è stato commesso.
Celebrare questa giornata nel 2026 non è un esercizio di tristezza, ma un investimento sulla speranza. Ricordiamo il male estremo per scegliere, ogni giorno, il bene possibile. Usiamo questa importante data per promettere a noi stessi che non accetteremo mai più che un essere umano sia considerato inferiore a un altro. Solo così il termine “Mai più” smetterà di essere solo uno slogan e diventerà una realtà tangibile.
