Per il “Giorno della Memoria”, cerimonia davanti alla pietra d’inciampo di una delle vittime della strage nazista della Certosa di Farneta del 1944
Era l’estate del 1944 quando Guglielmo Lippi Francesconi (nato a Lucca nel 1898), primario dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, medico psichiatra dai metodi innovativi per il suo tempo, capì con certezza di essere controllato da vicino dai fascisti e con la famiglia si rifugiò nel paesino di Vecoli sulle colline lucchesi. Come primario si distinse per la sua ferma opposizione all’uso della camicia di forza e per la volontà di ridare dignità ai malati ricoverati nella struttura. Dal 1942 ebbe posizioni sempre più contrastanti con le richieste del fascio di Lucca. Nell’estate del 1944 i rapporti si fecero sempre più tesi e sfociarono nella sua uccisione, nel settembre 1944, nell’Eccidio della Certosa di Farneta, dove in varie località e giorni morirono 12 frati e 32 civili, dopo un feroce rastrellamento all’interno della Certosa. Nel 2000, durante un congresso di psichiatria italo-tedesca, il professor Michael Von Cranach ricordò Lippi Francesconi come “uno degli esempi più luminosi in Europa di opposizione all’uso della psichiatria come strumento di sopraffazione e di violazione della dignità della persona…”. Ma Lippi Francesconi era anche un grande appassionato di arte: nel 1933 strinse un forte legame anche con il pittore Lorenzo Viani che curava a Nozzano per i continui attacchi d’asma. Il suo talento “esplose” anche in campo artistico: è infatti fu proprio Lippi Francesconi a vincere, nel 1925, il primo concorso per il manifesto del Carnevale di Viareggio. Oggi la sua tomba, assieme a quelle della moglie e del figlio Pier Luigi, è collocata a Vecoli, sulle colline che separano l’Oltreserchio dalla Valfreddana. Domani 27 gennaio per il “Giorno della memoria” una commemorazione avrà luogo proprio davanti alla pietra d’inciampo posta sotto casa dell’eroico medico lucchese.
Le pietre d’inciampo (in tedesco Stolpersteine) sono un’iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig per depositare, nel tessuto urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei cittadini deportati nei campi di sterminio nazisti.
La memoria consiste in una piccola targa d’ottone della dimensione di un sampietrino (10 × 10 cm), posta davanti alla porta della casa in cui abitò la vittima del nazismo o nel luogo in cui fu fatta prigioniera, sulla quale sono incisi il nome della persona, l’anno di nascita, la data, l’eventuale luogo di deportazione e la data di morte, se conosciuta. Questo tipo di informazioni intendono ridare individualità a chi si voleva ridurre soltanto a numero. L’espressione “inciampo” deve dunque intendersi non in senso fisico, ma visivo e mentale, per far fermare a riflettere chi vi passa vicino e si imbatte, anche casualmente, nell’opera.
L’espressione “pietra di inciampo” è mutuata dalla Bibbia e dall’Epistola ai Romani di Paolo di Tarso (9,33): “Ecco, io metto in Sion un sasso d’inciampo e una pietra di scandalo; ma chi crede in lui non sarà deluso”.
Il rastrellamento delle truppe nazifasciste. Nella notte tra l’1 e il 2 settembre del 1944, i nazisti penetrarono nella Certosa di Farneta attraverso un’azione pianificata con l’inganno; furono così catturate decine di persone convinte di avere trovato tra quelle mura un asilo sicuro: uomini che fuggivano dai rastrellamenti, partigiani, ex funzionari fascisti che avevano deciso di abbandonare il fascismo stesso. Pensavano che rifugiarsi nella Certosa avrebbe significato avere salva la vita , data l’immunità del luogo. Anche i religiosi ed i laici che lavoravano nella Certosa condivisero con i rifugiati lo stessa destino. Molti di loro trovarono la morte a Nocchi, dove furono trasportati dopo il rastrellamento, a Montemagno in località Pioppetti e in vari luoghi nei dintorni di Massa. Guglielmo Lippi Francesconi, all’epoca direttore e primario dell’ospedale psichiatrico di Maggiano, era considerato tra le persone più importanti che si trovavano nella Certosa.
(Fonte Ordine dei medici di Lucca)
