Missioni spaziali, da Pisa sono in arrivo i mini ecosistemi per produrre cibo e acqua in orbita
Un intero ecosistema vivente all’interno di un cubo di soli sei centimetri. Non è fantascienza, ma il risultato straordinario di uno studio d’avanguardia coordinato dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, in collaborazione con il Gran Sasso Science Institute. Il progetto, da poco pubblicato sulla prestigiosa rivista “Acta Astronautica”, presenta uno dei più piccoli e avanzati sistemi di supporto vitale biorigenerativi (Blss) mai realizzati prima per lo spazio. Una tecnologia nata con un obiettivo ambizioso: permettere alle future missioni spaziali di lunga durata di essere autosufficienti, producendo e riciclando risorse primarie come ossigeno, acqua e cibo direttamente a bordo di microsatelliti. “Lo studio – spiega il professor Donato Romano, associato alla Sant’Anna e primo autore della ricerca – conferma la possibilità di sviluppare sistemi miniaturizzati, affidabili e sostenibili, perfettamente compatibili con le missioni moderne. L’integrazione tra processi biologici e tecnologia è la chiave per le infrastrutture spaziali del futuro”. Il sistema progettato si comporta come un “cuore” biologico che respira: la vera rivoluzione risiede infatti nella capacità di questo micro-ecosistema di autoregolarsi. Durante i test effettuati dagli scienziati a terra, il Blss è rimasto isolato per quattro mesi operando come un organismo chiuso ma dinamico. Non un oggetto statico, quindi, ma una tecnologia capace di rispondere agli stimoli ambientali e gestire l’anidride carbonica attraverso i cicli naturali della fotosintesi.
Altra caratteristica fondamentale è la sua resistenza estrema. Oltre alla sopravvivenza biologica, infatti, i ricercatori hanno dovuto affrontare la sfida meccanica: attraverso simulazioni dedicate, è stato verificato che il mini-laboratorio può resistere alle forti vibrazioni del lancio e alle condizioni proibitive dell’orbita terrestre. Ciò apre le porte all’utilizzo di questi “moduli bioibridi” su satelliti di piccole dimensioni, i cosiddetti CubeSat. “La crescente accessibilità allo spazio – aggiunge Adriano Di Giovanni, docente del Gran Sasso Science Institute – ci offre l’opportunità di testare tecnologie cruciali per l’esplorazione interplanetaria su piattaforme ridotte. In questo contesto, monitorare le radiazioni spaziali resta fondamentale per proteggere i sistemi biologici”. Lo studio pisano segna un passo decisivo verso l’esplorazione dello spazio: una strada che passa anche da questi piccoli, ma preziosi, sei centimetri di vita.
