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Lanciata la terza stagione di “The Diplomat”, la serie tv più sottovalutata degli ultimi tempi

“The Diplomat” è arrivata alla terza stagione. La serie Netflix, ideata da Debora Cahn, la cui penna ha contribuito a capolavori come West Wing, Homeland e Vynil di Martin Scorsese, non accenna a fermarsi. Nonostante sia passata in sordina rispetto a serie più sponsorizzate, ad ampio spettro demografico, con una pubblicizzazione praticamente nulla, tanto da venire a conoscenza solo agli appassionati del genere e agli addetti ai lavori. Merito, o forse è meglio dire colpa, di quell’algoritmo che ci chiude nella nostra interest bubble, quella dolce e confortevole barriera che ci mostra solo quello che vogliamo vedere.

“The Diplomat”, infatti non è una serie semplice da approcciare. Le vicende di Kate Wyler, nuova ambasciatrice statunitense nel Regno Unito, impegnata a sventare una crisi diplomatica con l’Iran è dolorosamente attuale e apparentemente adatta solo agli appassionati di Geopolitica. La quasi totalità della prima stagione si svolge a porte chiuse, in una villa in Inghilterra dove tutta l’azione sarà composta da una battaglia di dialettica, di strategie politiche, di pressioni e inganni. L’opprimente gabbia dorata dove si decidono le sorti del mondo, non troppo lontano dall’immaginario Boccaccesco che ispiró De Sade, Ferreri e Pasolini, diventa un teatro perfetto per i drammi personali e la partita a scacchi amorale sul destino del mondo occidentale.

Non c’è retorica, non c’è pattriottismo, non ci sono buoni sentimenti. Tutto in The diplomat è dolorosamente reale anche e soprattutto grazie alle interpretazioni di Keri Russell, del mai troppo celebrato Rufus Sewell (memorabile il suo Smith in l’uomo nell’alto castello), Ato Essandoh (Elementary, Vinyl, Blue Bloods e Hannibal) e un Micheal John Mckean, fratello doppiogiochista Chuck di Jimmy McGill in Better Call Saul, nel ruolo di un capriccioso presidente degli Stati Uniti.

Il ritmo è serrato nonostante l’azione sia principalmente data da interpretazioni misurate ed eleganti. La regia di Alex Graves, anche lui reduce da West Wing e serie del calibro di Game of Thrones, tiene sospesi e interessati di episodio in episodio, di stagione in stagione. In The diplomat vincente è la scrittura che sa coniugare il dramma personale dei protagonisti con la geopolitica. Un connubio che ha, in precedenza, visto il successo nella avvincente SEAL TEAM, dove operazioni militari si coniugano con le vite personali di macchine da guerra umane. Qui non abbiamo soldati ma strateghi, burattinai, mistificatori. I proiettili sono sostituiti dalle parole.
A fronte di 3 stagioni che hanno ricevuto il plauso di critica e pubblico Netflix a meno di una settimana dalla messa in onda ha rinnovato la serie per una quarta stagione.

A conti fatti possiamo dire senza mezi termini che “The Diplomat” ha tutte le carte in regola per diventare un Breaking Bad di quel nutrito genere di serie tv che parlano di politica e attualità. Rimasta in sordina per troppi anni (chi scrive l’ha scoperta solo recentemente) non dissimilmente da Breaking Bad, The Diplomat è pronta, con tre corpose stagioni a far innamorare quella nutrita schiera di potenziali spettatori che cercano qualità recitativa, registica e interpretativa.