Sport

La Serie A ha la sua capolista: grazie al successo contro il Pisa il Napoli si aggiudica il primo posto in solitaria

Il Milan continua a convincere, la Juve inciampa e l’Inter torna a sorridere. Crisi per Lazio e Fiorentina. La giornata si è aperta venerdì sera al Via del Mare di Lecce. Dove i salentini si sono arresi all’impeto cagliaritano.
E così, dopo solo quattro giornate, abbiamo la prima panchina traballante: quella di Eusebio Di Francesco. Ancora a secco di vittorie. E stavolta ad impedirgli i tre punti, dopo l’iniziale vantaggio, è stato il redivivo Belotti con una doppietta. Qualcuno sui social parlava – ironizzando sul noto soprannome – di ormai un galletto amburghese. Ma se il buongiorno si vede dal mattino in questa stagione potrebbero esserci i giusti presupposti per vedere tornare la famigerata cresta alzarsi con frequenza. D’altronde in Sardegna abbiamo assistito all’ultimo grande ballo di Borriello. E chissà che non sia la stessa sorte dell’attaccante bergamasco.

Il programma del sabato pomeriggio offre in primis la partita a tinte rossoblù tra Bologna e Genoa. Ma ad essere protagonista è il Var. Discutibile – come il mercato estivo degli emiliani che schierano dal primo minuto Bernardeschi che sempre meno sembra avere la condizione per certi livelli – il rigore assegnato in pieno recupero a favore degli uomini di Vincenzo Italiano che porta al 2-1 finale. Ancora troppo sterile il Grifone. Resta impensabile affidare l’intero attacco a Colombo. Basti guardare i suoi numeri, non di certo un goleador. Scelte.

Il filo conduttore con il match delle 18 tra Hellas e Juventus sono però le polemiche arbitrali. “Cosí si uccide il calcio”, le parole di Vieira nel post partita. Sicuramente condivise da Tudor. Che in termini diversi ha ribadito pressoché lo stesso concetto dopo che la sua Juve ha pareggiato al Bentegodi. Ad essere incriminato è il rigore – rigorino – concesso agli scaligeri. Si torna dunque a dibattere sul Var. Sull’uso della tecnologia. Mezzo sì democratico ma ugualmente sottoposto a valutazioni individuali. Ed a mancare è l’uniformità di giudizio sul lungo periodo. Come a mancare sono anche le idee sulla gestione del doppio impegno da parte del tecnico juventino. Ancora acerbo e masochista nell’amministrazione della rosa. Soprattutto nel reparto offensivo. Facendo della Juve l’unica delle quattro a risentire dell’impegno europeo. Tuttavia le sconfitte stagionali sono ferme a zero. Ma il bicchiere dopo questa giornata è indubbiamente mezzo vuoto. Sia per com’è stato maturato il risultato sia per l’evidente mancanza di una precisa identità tattica. Ormai a decidere sono sempre i colpi delle stelle. Da Yldiz a Conceicao. Da Vlahovic a Thuram. E se l’obiettivo è stare in scia al Napoli, non può bastare.

Torna il corto muso. Questo il manifesto che ci ha accompagnato per tutta l’estate dopo l’approdo sulla panchina del Milan di Allegri. I fatti però dicono altro. I rossoneri nel posticipo delle 20.45 passeggiano sul campo di Udine e mantengono nuovamente la porta inviolata. La doppietta di Pulisic e il gol – tanto invocato dall’allenatore livornese – di Fofana mandano in estasi il popolo milanista. Che dopo anni di tedio ha ritrovato una squadra credibile. E che forte dell’unico impegno settimanale rischia – si fa per dire – di ergersi come pretendente al titolo, come la vera anti Napoli. Ma questo ce lo dirà il tempo. Intanto dopo l’iniziale sconfitta con la Cremonese – per quanto fosse la prima giornata era pur sempre calcio d’agosto – sembra aver preso il volo. Ed a differenza della società si mostra solida. Un aspetto, quello della compattezza del gruppo, che spesso e volentieri in questo sport ha fatto la differenza, a discapito di corazzate e figurine. Quindi, le dirette avversarie sono avvertite.

Il buongiorno calcistico alla domenica è stato dato dal derby di Roma. In molti tra gli addetti ai lavori pronosticavano un blando pareggio. Considerazione frutto del fatto che entrambe le squadre arrivavano con le ossa rotte dalle brutte sconfitte contro Torino e Sassuolo. L’intensità, invece, è stata all’altezza dell’importanza del match nonostante il grande caldo della Capitale – ritmi effettivamente sorprendenti per il derby dove a volte è più la paura di perdere che la voglia di vincere a predominare-. A deciderla è stato, su regalo di Nuno Tavares, Lorenzo Pellegrini, alla prima apparizione in questo campionato. Quando vede la Lazio è ormai come un toro con il rosso. Si rinvigorisce, i biancocelesti sono la sua vittima preferita con quattro gol all’attivo. La mossa a sorpresa di Gasperini ha dunque ripagato. Un gol che potrebbe risanare il rapporto con parte della tifoseria giallorossa, la quale lo vorrebbe lontano da Roma. Lui che ne è figlio e né stato umile capitano. Ma lo sappiamo, il tifo capitolino è molto, tanto, troppo, umorale. Saranno le sue prestazioni a determinare. L’obiettivo, non essendoci stata la cessione, come dichiarato dal Gasp, è quello di “recuperarlo”. Missione per cui ci vorrà l’unità di intenti dell’intero ecosistema giallorosso. Una Roma alquanto ranierana più che gasperina, se non per la pressione uomo contro uomo a tutto campo. Continuità con la gestione precedente. D’altronde perché dover alterare una formula che funziona? Cinismo e solidità difensiva, ancora.
Per una sponda del Tevere in festa, ce n’è una con tutt’altro feeling, depressa. Solo tre punti in quattro giornate per la Lazio, che non riesce ad ingranare. A preoccupare è soprattutto l’atteggiamento. Molti giocatori probabilmente non vorrebbero essere lì, ma ci sono, costretti dalla chiusura del mercato che non ha dato possibilità di costruire una nuova squadra. E poi c’è Sarri che non riesce ad imprimere i propri dettami tattici alla rosa a disposizione. Non sembrando tuttavia disposto ad andare lui incontro alle caratteristiche dei giocatori. Una situazione non certamente idilliaca, ben fotografata dal diverbio tra capitan Zaccagni e Nuno Tavares dopo il gol preso.

Con la mancanza delle coppe europee, con le dirette avversarie che sembrano avere un marcia in più e la stracittadina persa, la stagione biancoceleste si presenta in salita. I tifosi vorrebbero la cessione della società da parte di Lotito, considerato il capro espiatorio dell’attuale condizione societaria. Che spaventa per superficialità e mancanza di autocritica. Nessuno è disposto a fare un passo indietro. A scivolare è la stessa squadra. Il pomeriggio vede il pareggio a reti bianche tra Cremonese e Parma – dove ringrazio Mandela Keita per la sua prestazione altrimenti sarebbe stato difficile avere memorie di questo incontro – ed il 3-0 dell’Atalanta sul Torino. A proposito di ambienti depressi, la situazione del popolo granata è compassionevole. All’ennesimo pomeriggio di protesta contro la gestione Cairo, la squadra risponde subendo tre reti in otto minuti non rendendosi mai veramente pericolosa. Il risultato, inevitabile, è lo svuotamento dello stadio a partita in corso. E come biasimare.

Altro popolo malcontento è quello viola. La Fiorentina è ancora a secco di vittorie. Pioli non sembra più “on fire”. E la tifoseria fischia. La sconfitta casalinga contro il Como – che ha dominato il secondo tempo – da una situazione di vantaggio è la ciliegina sulla torta di un difficile inizio di campionato, che già mette in dubbio il futuro del tecnico ex Milan. Una squadra senza anima ed identità tattica, così si presentano i gigliati in campo. E pensare che appena tre mesi fa veniva criticato Palladino. Una situazione paradossale, come paradossale è stata la gestione del mercato. Tanti sono stati i milioni spesi per il reparto offensivo. Ma nelle retrovie il trio Ranieri, Pongracic, Comuzzo non offre garanzie. Non c’è stata una precisa programmazione. Infatti il nome di Pradè è tra i più criticati nell’ambiente fiorentino. Decisivo sarà il cammino europeo.

Nel posticipo serale l’Inter torna a vincere. La pratica Sassuolo, seppur con qualche fatica nel finale, viene archiviata con una prestazione vivace. Chivu cambia tanto dando spazio alle seconde linee, che non sfigurano. Senza quindi imprescindibili: un bel messaggio. E San Siro è già pazza di Pio Esposito, al quale manca ancora il gol ma la cui generosità fa breccia nei cuori dei tifosi. I paragoni con Luca Toni vengono spontanei ma non aiutano il ragazzo. Che ha talento e va coltivato, anche in ottica nazionale. Dopo due sconfitte di fila i nerazzurri tornano dunque a respirare in campionato. Sul tecnico rumeno c’è però un accanimento mediatico. Non gli viene perdonato nulla, al minimo errore torna ingombrante il fantasma di Simone Inzaghi. Il confronto è incessante (ed ingeneroso). Lui però in conferenza appare sicuro di sé. Ancora devo capire se nello spogliatoio sia concepito come leader. Di certo ha bisogno di tempo, l’inserimento delle sue idee sarà graduale. Ma intanto le ombre di una crisi sono state scacciate.

La giornata si conclude con la non certamente impronosticabile vittoria del Napoli contro un coraggioso Pisa. Abbiamo la capolista, nonché la prima mini fuga stagionale. Conte si conferma lo stregone del nostro campionato. Solo Allegri, tra gli altri, può contrastarlo. Entrambi sono due eccellenze del nostro calcio. Domenica prossima si sfideranno e vedremo se abbiamo davvero almeno l’anti Conte. Sicuramente ancora non si palesa una anti Napoli nitida. Per questo i due punti di vantaggio in classifica possono già creare un dislivello che peserà a bilancio a maggio. La favorita si sta confermando tale, auspicabile ma non scontato. I partenopei procedono con il vento in poppa verso il primo scontro diretto.