Cronaca

Lucca, rinviata a giudizio la criminologa Anna Vagli per diffamazione contro Alberto Stasi

La prima udienza del processo è stata fissata per il prossimo 6 novembre.

Il caso Garlasco si arricchisce di un nuovo capitolo giudiziario: la psicologa e criminologa lucchese Anna Vagli è stata rinviata a giudizio dal gup del Tribunale di Lucca per diffamazione nei confronti di Alberto Stasi. La vicenda riguarda alcune dichiarazioni pubblicate nel 2022 sulla vicenda di Chiara Poggi e il riferimento a presunto materiale pedopornografico che sarebbe stato trovato sul computer di Stasi. La prima udienza del processo è stata fissata per il 6 novembre. Come riferito in diretta su La7, il Tribunale di Lucca ha deciso il rinvio a giudizio della psicologa e criminologa per alcune affermazioni affidate nel 2022 a un articolo pubblicato da Fanpage sulla morte di Chiara Poggi.

Nel servizio è stato spiegato che Vagli aveva collegato il presunto ritrovamento di materiale pedopornografico sul computer di Alberto Stasi alla possibile individuazione di un movente per l’omicidio. Secondo quanto ricordato durante la diretta, però, questa ricostruzione sarebbe stata già esclusa dalla Cassazione, che non avrebbe individuato elementi per ritenere che Stasi possedesse materiale di quel tipo.

Per queste dichiarazioni era stata avviata una causa per diffamazione, che ora sfocerà in un processo penale. La prima udienza del procedimento è stata fissata per il 6 novembre, data nella quale inizierà il processo nei confronti di Anna Vagli. Alla vicenda si è interessata anche Elisabetta Androvandi, avvocata entrata negli ultimi mesi nella difesa di Alberto Stasi per quanto riguarda i procedimenti legati alle diffamazioni.

Nel corso della diretta sul caso Garlasco, la legale ha spiegato di conoscere sia l’articolo pubblicato all’epoca da Fanpage sia gli sviluppi del processo. Androvandi ha contestato il riferimento alla presenza di materiale pedopornografico sul computer di Alberto Stasi, sostenendo che quel materiale non sarebbe mai stato trovato. L’avvocata ha inoltre richiamato la sentenza del 2014 con cui Stasi è stato assolto definitivamente dall’accusa relativa a questo tipo di reato, sottolineando che l’assoluzione era stata pronunciata con la formula “il fatto non sussiste”. Secondo la legale, chi continua a sostenere o insinuare la presenza di quel materiale potrebbe quindi esporsi a conseguenze giudiziarie per diffamazione.

(Fonte Virgilio notizie)