Lo studio: “C’è il rischio concreto di una deriva culturale mafiosa negli algoritmi di TikTok”
Una ricerca dell’Università di Bologna accende i riflettori sul rapporto tra TikTok, algoritmi e cultura mafiosa. Lo studio, realizzato da Anna Sergi, professoressa ordinaria di Sociologia del diritto e della devianza e studiosa della ’ndrangheta, è stato pubblicato sulla rivista Crime, Media, Culture e analizza il modo in cui alcuni contenuti presenti sulla piattaforma possono favorire una progressiva sovrapposizione tra identità culturale calabrese e valori mafiosi. La ricerca, condotta attraverso un’attività di osservazione digitale durata circa tre mesi, ha preso in esame oltre mille video, dei quali 225 sono stati analizzati in maniera approfondita insieme a immagini, testi, musiche e commenti. L’autrice definisce il fenomeno mafia cultural drift, una possibile deriva culturale mafiosa nella quale contenuti inizialmente innocui possono condurre, attraverso le raccomandazioni algoritmiche, verso rappresentazioni sempre più vicine alla cultura criminale.
Sergi individua quattro categorie. La prima comprende gli ammiratori, che pubblicano contenuti dedicati alla Calabria, alle sue tradizioni, alla cucina, ai paesaggi e all’orgoglio regionale. La seconda comprende i militanti, nei cui contenuti l’identità calabrese viene accompagnata dalla necessità di difendere la propria comunità e dalla contrapposizione tra un noi e un loro. Il terzo livello è quello dei sostenitori, nel quale compaiono concetti come onore, rispetto, lealtà e famiglia. Valori perfettamente legittimi possono però essere reinterpretati in chiave mafiosa, trasformando l’onore in obbligo di vendetta, la lealtà in silenzio e la famiglia in protezione dei propri membri anche quando sono coinvolti nella criminalità.
In questa fase possono comparire anche rappresentazioni positive di latitanti e detenuti e atteggiamenti ostili verso collaboratori di giustizia e presunti traditori. L’ultimo livello è quello degli apologeti, nel quale la sovrapposizione diventa esplicita e la ’ndrangheta viene rappresentata come espressione di determinati valori culturali e identitari. Il punto centrale della ricerca è che non sarebbe necessario un intervento diretto della criminalità organizzata. Il problema potrebbe derivare dal funzionamento stesso degli algoritmi di raccomandazione.
TikTok tende a proporre contenuti simili a quelli con cui l’utente interagisce e può quindi creare una sorta di rabbit hole, una sequenza nella quale un interesse conduce progressivamente verso contenuti più estremi. Il percorso ipotizzato potrebbe partire dalla Calabria come semplice interesse culturale, passare attraverso l’orgoglio regionale e la difesa dell’identità, arrivare ai concetti di onore, lealtà e famiglia e terminare, nei casi più estremi, nella celebrazione della ’ndrangheta. L’algoritmo non deve necessariamente comprendere il significato morale dei contenuti: è sufficiente che riconosca una correlazione tra gli interessi degli utenti. Un ruolo importante viene attribuito anche ai cosiddetti mobfluencer, figure che utilizzano le logiche degli influencer per rappresentare ricchezza, potere, famiglia, rispetto e successo.
La criminalità può così essere trasformata da fenomeno criminale in un’immagine aspirazionale, soprattutto per il pubblico più giovane. La ricerca richiama inoltre il caso di Antonio Bellocco, esponente della ’ndrangheta ucciso a Milano nel 2024. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, alcune reazioni apparse sui social ne hanno enfatizzato l’appartenenza comunitaria e la dimensione personale, mettendo in secondo piano il suo profilo criminale.
È proprio questo processo di normalizzazione a rappresentare uno degli aspetti più delicati del fenomeno. Lo studio deve tuttavia essere interpretato con cautela. Non dimostra che TikTok trasformi gli utenti in mafiosi, che gli utenti attraversino necessariamente tutti e quattro i livelli o che l’algoritmo sia controllato dalla ’ndrangheta. La ricerca è principalmente qualitativa e individua un meccanismo possibile, non una relazione causale dimostrata statisticamente.Il valore dello studio sta quindi soprattutto nell’aver individuato i cosiddetti valori ponte. Onore, famiglia, lealtà e rispetto appartengono alla cultura generale e non sono valori mafiosi. Il rischio nasce quando vengono progressivamente associati alla figura dell’uomo d’onore, alla
difesa dei criminali e infine alla ’ndrangheta.La questione non riguarda dunque la cultura calabrese in quanto tale.
Il problema è la possibilità che un’organizzazione criminale si appropri di elementi identitari legittimi e che gli algoritmi contribuiscano involontariamente a collegarli a contenuti apologetici. La ricerca di Anna Sergi rappresenta per questo soprattutto un punto di partenza. Per stabilire quanto il fenomeno sia diffuso sarebbe necessario affiancare all’analisi qualitativa esperimenti quantitativi capaci di verificare se determinati comportamenti degli utenti producano effettivamente una maggiore esposizione a contenuti mafiosi.Il rischio individuato dalla ricerca è quindi più sottile della semplice propaganda
criminale. Non si tratta necessariamente di insegnare a qualcuno a diventare mafioso, ma della possibilità che la distanza culturale e morale tra la comunità e la criminalità organizzata diventi progressivamente meno evidente.
