È stato trovato senza vita all’alba nel carcere della Dogaia, a Prato, Dennis Antonio Rodriguez Matute, detenuto di 26 anni arrestato per aver accoltellato a un cameriere in piazza Mercatale. Avrebbe dovuto essere ascoltato dalla procura nell’ambito della denuncia presentata per presunte violenze subite durante il suo arresto. A dare l’allarme sono stati i due compagni di cella che lo hanno trovato privo di sensi. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, che non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. La morte del giovane, originario dell’Honduras, apre ora un nuovo fronte investigativo. La procura pratese ha infatti avviato un fascicolo per fare piena luce su quanto accaduto e ha disposto l’autopsia, che dovrà stabilire con precisione le cause del decesso.
Dopo l’arresto, Rodriguez Matute aveva riportato una frattura alla mandibola. Ai medici aveva raccontato che quella lesione sarebbe stata provocata durante le fasi del fermo, circostanza poi portata all’attenzione della magistratura. Per questo motivo era stato fissato un colloquio in procura nel quale avrebbe dovuto ricostruire la propria versione dei fatti. In seguito alla morte, il procuratore Luca Tescaroli ha disposto l’autopsia e la procura ha aperto un procedimento ipotizzando il reato di “morte come conseguenza di un altro reato”. L’autopsia sarà determinante per chiarire ogni aspetto della vicenda e verificare se vi siano elementi utili a ricostruire le ultime ore di vita del detenuto.
“Mi ha detto che di mattina era svenuto per un malore, ma che in quel momento stava bene. Mi ha riferito di non aver mai assunto droga in carcere” a dirlo è l’avvocato Simone Valenti, che aveva assunto la difesa del giovane solo pochi giorni fa. Il legale ha inoltre spiegato che gli avrebbe anche parlato della presenza di un “grumo di sangue in testa”: “Non ho ben capito a cosa di riferisse, ma certamente a qualcosa di pregresso”. Valenti ha descritto il ventiseienne come lucido e tranquillo, privo di particolari preoccupazioni.
Le cause della morte restano al momento da accertare. Le prime informazioni parlano di un malore accusato all’interno della cella e di un possibile arresto cardiaco, ma saranno gli accertamenti a stabilire cosa sia realmente accaduto. Tra gli aspetti che gli investigatori intendono approfondire c’è anche l’eventuale assunzione di sostanze nelle ore precedenti al decesso. Nella nota diffusa dalla procura viene ricordato come il carcere della Dogaia sia da tempo al centro di un’intensa attività investigativa per contrastare episodi di illegalità all’interno dell’istituto. Le indagini hanno portato, negli ultimi mesi, al sequestro di telefoni cellulari, hashish e cocaina introdotti nel penitenziario attraverso diverse modalità: “Dal 31 marzo a oggi (mercoledì 1 luglio, ndr) sono stati individuati ventiquattro telefoni cellulari di varia tipologia e sequestrati 825 grammi di hashish e 91 grammi di cocaina”. Ma è da capire se questi fatti abbiano un vero collegamento con la morte del giovane.
Quello di Prato non è un caso isolato: nelle carceri italiane si continua a morire. Aveva 75 anni e condizioni sanitarie che mal si conciliavano con la pesantezza di un carcere come quello di Sollicciano l’uomo deceduto il 29 all’ospedale di Torregalli di Firenze, una settimana dopo essere finito in cella. L’anziano doveva scontare quattro anni per un reato grave ma un ictus che gli aveva compromesso la funzionalità della parte sinistra del corpo.
“Quando l’ho incontrato per la prima volta, sabato 20 giugno – ha raccontato un volontario dell’associazione Pantagruel – oltre al braccio sinistro attaccato al collo, aveva polpaccio e stinchi violacei. Era anche sovrappeso, appariva evidente che non si trovasse nel luogo dove potesse sopravvivere. Il sabato successivo, quando sono tornato a Sollicciano, mi hanno detto che non riusciva ad alzarsi dal letto. Poi abbiamo saputo che era stato portato all’ospedale e infine che non ce l’aveva fatta. L’aspetto sanitario è stato sottovalutato sin dal suo ingresso: così, la detenzione è una condanna a morte”. L’uomo viveva da solo in un alloggio del Comune di Fiesole e aveva come unico familiare una cugina. Ha sempre vissuto a Compiobbi ed era conosciuto dalle associazioni di volontariato della zona. Dopo la morte della madre viveva solo.
Siamo di fronte a una deriva inaccettabile”, il commento del garante toscano dei detenuti Giuseppe Fanfani che parla di una “striscia di morti che è il frutto avvelenato di una concezione del carcere inteso unicamente come luogo di segregazione, di pura punizione e di totale abbandono”. Una realtà lontana dai diritti sanciti dall’articolo 27 della Costituzione: “Proprio perché la persona reclusa è privata della propria libertà e non è in grado di determinarsi liberamente né di muoversi per tutelarsi, lo Stato, nel momento in cui ne assume la custodia, contrae un debito assoluto. Ha il dovere inderogabile di garantire una custodia che rispetti la dignità umana e che sia orientata alla rieducazione. Oggi, invece, assistiamo a un silenzioso e sistematico smantellamento di questi principi, nell’indifferenza burocratica di un sistema inefficiente, sordo e ormai al collasso”, denuncia Fanfani. Nella giornata del 2 luglio l’assessore alla sanità Monia Monni farà un sopralluogo nel penitenziario, dove alcune sezioni sono state poste in tempi recenti sotto sequestro per carenze sanitarie e strutturali. L’accompagnerà il dg dell’Asl Toscana Centro, Valerio Mari.
(Fonte Tg com 24)
