Cronaca

“La banda della Uno bianca”, quando alcuni poliziotti seminavano il terrore, chi li aiutava?

Per quasi un decennio, tra il 1987 e il 1994, l’Emilia-Romagna e le Marche sono state lo scenario di una delle storie criminali più feroci della storia italiana. La “Banda della Uno Bianca” prende il nome dall’auto diffusissima che il gruppo utilizzava per passare inosservato, ma dietro quella ordinarietà si nascondeva un’organizzazione spietata, capace di compiere 103 azioni criminali, lasciando dietro di sè una scia di 24 morti e oltre 100 feriti. La storia della banda è segnata da un paradosso atroce: quasi tutti i suoi componenti erano poliziotti. I fratelli Roberto e Alberto Savi, insieme a Fabio Savi (l’unico civile) e ad altri complici, erano parte delle forze armate. Le loro azioni non erano dettate da una logica criminale tradizionale. Iniziarono con rapine ai caselli autostradali e ai supermercati, ma presto il livello di violenza crebbe enormemente. Colpirono campi nomadi, distributori di benzina e pattuglie dei Carabinieri, come nella tragica strage del Pilastro a Bologna nel 1991, dove tre giovani militari furono giustiziati senza pietà. Solo nel 1994, grazie all’intuizione di due poliziotti di Rimini, la scia di sangue si interruppe con l’arresto dei componenti.

A trent’anni dagli arresti, le vicende della Banda della Uno Bianca sono riapparse sui social e in televisione, a causa della recente intervista concessa da Roberto Savi, il leader del gruppo, al programma televisivo Belve. Savi, che sta scontando l’ergastolo presso il carcere di Bollate, è apparso davanti alle telecamere con un distacco gelido, descrivendo i crimini commessi con una freddezza che ha sconvolto l’opinione pubblica.

Durante l’intervista, Savi non ha mostrato segni di pentimento morale, parlando delle vittime quasi come “effetti collaterali” di una logica bellica. Le sue parole, quasi prive di empatia, hanno riacceso il dibattito sulla natura del male e sulla possibilità di riabilitazione per chi ha abusato della divisa per uccidere. La storia della Uno Bianca non è ancora un capitolo chiuso. Recentemente, la Procura di Bologna ha deciso di riaprire le indagini sulla scorta di nuovi esposti presentati dai familiari delle vittime. L’obiettivo è fare luce su zone d’ombra che durano da decenni: si sospetta che la banda non fosse solo un gruppo di rapinatori solitari, ma che potesse avere legami con apparati deviati dello Stato o ambienti di eversione politica.

I nuovi accertamenti si concentrano sulla possibilità che dietro le 103 azioni criminali ci fossero mandanti o protezioni che hanno permesso ai fratelli Savi di agire indisturbati per anni. La ricerca della verità continua, per capire se quella della Uno Bianca sia stata solo una follia criminale dettata dalla violenza o un tassello di una strategia più ampia e oscura della storia del nostro Paese.