Franco Serantini oggi avrebbe 75 anni. La sua storia, emblema tragico di una stagione di conflitti giustizia sommaria, comincia a Cagliari il 16 luglio 1951. Nasce con il marchio di “figlio di N.N.” (nomen nescio), un’etichetta burocratica che all’epoca segnava il destino di chi non veniva riconosciuto dal padre. Il suo cognome fu un’invenzione di un ufficiale di stato civile, un omaggio fortuito allo scrittore romagnolo Francesco Serantini. Dopo un’infanzia segnata dall’abbandono e dalla succesiva morte della madre affidataria, Franco viene descritto come un ragazzo dal temperamento “turbolento”. Questa irrequietezza ne decreta il trasferimento a Pisa, presso l’istituto di rieducazione “Pietro Thouar”. Presso questo isituuto vive in un regime di semilibertà: deve rientrare per i pasti e dormire in cella entro le 21.30. Nonostante le rigide regole, Franco cerca il suo posto nel mondo: si diploma alla scuola media e si iscrive all’Istituto professionale per il commercio.
A Pisa, il giovane sardo scopre la politica. È la fine degli anni Sessanta, il mondo è scosso dalla contestazione e Franco trova una famiglia ideale nei movimenti anarchici. Fondamentale è l’amicizia con Sauro Ceccanti, il cui fratello, Soriano, era rimasto paraplegico nel 1968, colpito dalla polizia durante le proteste alla Bussola di Marina di Pietrasanta.
Il 5 maggio 1972, a ridosso delle elezioni politiche, Pisa è un presidio militare. In largo Ciro Menotti è previsto il comizio di Beppe Niccolai, esponente del Movimento Sociale Italiano. La sinistra extraparlamentare decide di scendere in piazza per impedirlo. Valeria, un’amica, lo vede per l’ultima volta sul lungarno Gambacorti; lo invita a scappare, ma lui risponde con una tragica certezza: «Non mi beccano».
Poco dopo, l’agguato. Come testimoniato nel libro Il sovversivo di Corrado Stajano, Moreno Papini assitette dalla finistra al violento pestaggio, e così lo decrisse ” Una quindicina di celerini gli sono saltati addosso e hanno inziato a picchiarlo con una foga incredbile. Avevano fatto un cerchcio sopra di lui tanto che non si vedeva più, ma dai gesti dei celerini si capiva che dovevano colpirlo sia con le mani, che coi piedi, sia con i calci dei fucili”. Massacrato, Franco viene trasferito al carcere Don Bosco.
Le ore successive sono un calvario di indifferenza negligenza. Il giorno dopo, durante l’interrogatorio con il magistrato Giovanni Sellaroli, Franco non riesce nemmeno a tenere su la testa; risponde appoggiando la testa sul tavolo. Nonostante l’evidente stato di choc, la visita medica arriva solo nel tardo pomeriggio, quindici ore dopo l’arresto. Il medico del carcere, Alberto Mammoli, riscontra ecchimosi e contusioni ma non dispone il ricovero, limitandosi a prescrivere una “borsa del ghiaccio”.
La notte tra il 6 e il 7 maggio è un’agonia. Il compagno di cella deve reggergli il ghiaccio sulla testa perché Franco non ha più forze. Alle 8.30 del mattino ha la bava alla bocca e il volto cereo. Un’ora più tardi viene dichiarato morto per emorragia cerebrale.
La vicenda giudiziaria che seguì fu costellata di reticenze. Sebbene il medico e alcuni ufficiali di polizia furono indagati, nel 1975 il giudice istruttore dichiarò di non doversi procedere per l’omicidio preterintenzionale poiché gli autori materiali restavano “ignoti”. Solo lievi condanne per falso e favoreggiamento colpirono alcuni agenti. Oggi, in piazza San Silvestro a Pisa, si erge un monumento che ricorda il ragazzo venuto dalla Sardegna, morto per mano dello Stato in una cella del carcere Don Bosco, vittima di un odio che non ha mai avuto un nome né un volto nelle aule di tribunale.
