Le donne della Resistenza, le staffette e il preludio della lotta femminista: migliaia di donne aiutarono a liberare l’Italia
Non erano comparse, non erano figure marginali e non erano semplicemente “di supporto”, anche se per decenni una parte della narrazione pubblica ha provato a ridurle a questo. Tra il 1943 e il 1945, mentre l’Italia si sgretolava sotto l’occupazione nazista e la Repubblica Sociale, decine di migliaia di donne scelsero consapevolmente di esporsi, di attraversare città distrutte e territori controllati dal nemico, di assumersi rischi concreti e quotidiani, senza alcuna garanzia di sopravvivenza e spesso senza nemmeno il riconoscimento di ciò che stavano facendo.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 firmato dal governo di Pietro Badoglio, nelle regioni del Centro-Nord prese forma una rete partigiana che non fu soltanto militare, ma anche politica e sociale, e dentro questa rete le donne entrarono subito, non come eccezione ma come componente strutturale. Già nel novembre dello stesso anno nacquero i Gruppi di difesa della donna, un’organizzazione capillare che arrivò a coinvolgere circa 70mila attiviste e che non si limitava all’assistenza, ma intrecciava la lotta di liberazione con un progetto preciso di emancipazione, fondato su rivendicazioni di parità giuridica, politica ed economica che anticipavano di fatto una trasformazione profonda della società italiana.
In questo scenario, il ruolo delle cosiddette “staffette” rappresentò uno degli snodi più delicati e rischiosi dell’intera Resistenza, perché erano proprio queste ragazze, spesso giovanissime, a garantire i collegamenti tra le diverse formazioni, trasportando documenti, armi, ordini e informazioni attraverso territori controllati dal nemico, muovendosi in equilibrio costante tra invisibilità e pericolo reale, consapevoli che un controllo, una perquisizione o un sospetto potevano significare arresto, tortura o morte. Ma accanto a questo lavoro silenzioso e fondamentale, molte donne scelsero di partecipare direttamente alla lotta armata, entrando nei GAP e nelle SAP, prendendo parte ad azioni di sabotaggio, combattimenti e operazioni di guerriglia, dimostrando nei fatti che il confine tra “ruolo maschile” e “ruolo femminile” poteva essere superato anche in uno dei contesti più estremi.
Le storie individuali restituiscono tutta la durezza di quella scelta: quella di Gabriella Degli Esposti, torturata brutalmente dalle SS senza mai tradire i compagni, o quella di Carla Capponi, protagonista dell’attentato di via Rasella, sono solo due esempi di un universo molto più ampio di esperienze segnate da coraggio, violenza e sacrificio, che tuttavia, nel dopoguerra, non trovarono un riconoscimento proporzionato.
Il dato più evidente di questa rimozione sta proprio nei numeri: su circa 35mila partigiane combattenti, soltanto 19 ricevettero la Medaglia d’oro al valor militare e, nella maggior parte dei casi, il riconoscimento arrivò quando ormai non erano più in vita, mentre in molte occasioni, persino nei cortei della Liberazione, la loro presenza venne scoraggiata o esclusa per non “compromettere” l’immagine pubblica di un movimento che, paradossalmente, aveva anche contribuito a rendere possibile la loro partecipazione.
La spiegazione di questa rimozione non sta tanto nella dimenticanza, quanto in una scelta culturale precisa: nel dopoguerra, una larga parte della società italiana, inclusi ambienti politici che pure avevano sostenuto la Resistenza, ritenne naturale ricollocare le donne all’interno di un modello domestico tradizionale, ridimensionando o reinterpretando la loro esperienza partigiana come qualcosa di eccezionale, temporaneo o subordinato, piuttosto che come l’espressione autonoma di una coscienza politica e di una volontà di cambiamento.
Oggi, grazie a studi, testimonianze e lavori storiografici più attenti, quella narrazione sta finalmente cambiando, restituendo alle donne della Resistenza il ruolo che spetta loro non come integrazione a una storia già scritta, ma come parte essenziale di quella storia stessa, perché senza il loro contributo, spesso invisibile ma decisivo, la Liberazione non sarebbe stata la stessa — e forse non sarebbe arrivata affatto.
