Cronaca

Per il 25 aprile, Mattarella rende omaggio all’Altare della Patria insieme al Governo e altre autorità

Oggi, 25 aprile 2026, tutta l’Italia celebra la Festa della Liberazione. Con l’omaggio all’Altare della Patria del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, hanno preso il via le celebrazioni. Ad accompagnarlo i presidenti del Senato, Ignazio La Russa; della Camera, Lorenzo Fontana; del Consiglio, Giorgia Meloni; della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso; il ministro della Difesa, Guido Crosetto; il capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano. Terminata la cerimonia il Capo dello Stato si trasferirà a San Severino Marche, città scelta quest’anno per la commemorazione ufficiale. Da Nord a Sud si tengono manifestazioni, cortei, cerimonie istituzionali ed eventi culturali per ricordare la fine dell’occupazione nazifascista e la nascita della Repubblica democratica.

La decisione di scegliere il 25 aprile come “festa della Liberazione” (o come “anniversario della Liberazione d’Italia”) fu presa il 22 aprile del 1946, quando il governo italiano provvisorio – il primo guidato da Alcide De Gasperi e l’ultimo del Regno d’Italia – stabilì con un decreto che il 25 aprile dovesse essere “festa nazionale”. La data fu fissata in modo definitivo con la legge n. 269 del maggio 1949, presentata da De Gasperi in Senato nel settembre del 1948. Da allora, il 25 aprile è un giorno festivo, come le domeniche, il primo maggio, il giorno di Natale e la festa della Repubblica, che ricorre il 2 giugno. La guerra in Italia non finì il 25 aprile 1945, comunque: continuò ancora per qualche giorno, fino agli inizi di maggio.

 

Le parole del capo dello Stato.

A San Severino Marche, nel cuore di una terra segnata dal sisma e dalle ferite più recenti delle alluvioni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha scelto parole che non guardano solo al passato, ma provano a tenere insieme memoria e futuro, storia e responsabilità. Nel giorno della Liberazione, il messaggio è stato netto: l’Italia resta unita attorno ai valori della Costituzione, nata “sugli orrori della guerra” e costruita grazie al sacrificio di un popolo intero, dai militari lasciati senza ordini dopo l’8 settembre ai partigiani, dai civili alle donne colpite dalla violenza nazifascista. Una storia, ha ricordato Mattarella, “scritta con la vita”.
Il capo dello Stato ha richiamato con forza il senso più profondo della Resistenza, che non è solo un fatto storico ma una tensione continua: difendere la libertà, opporsi alla violenza dell’uomo sull’uomo, costruire la pace. Da qui l’invocazione che attraversa il tempo e arriva fino a oggi: pace come diritto universale, pace come responsabilità collettiva. Non è mancato un passaggio sull’attualità internazionale, con un riferimento diretto a quelle che ha definito “velleità antistoriche” di indebolire organismi come ONU e Unione Europea, nati proprio per evitare che le tragedie del Novecento si ripetano. Difendere queste istituzioni, ha sottolineato, significa continuare a credere nella cooperazione tra i popoli come unica vera alternativa alla guerra.

Il discorso si è poi radicato profondamente nel territorio marchigiano, ricordando le stragi, le rappresaglie e il legame stretto tra popolazione civile e forze partigiane, che scatenò la violenza nazifascista ma contribuì anche alla nascita di esperienze di autogoverno, vere e proprie anticipazioni della democrazia repubblicana. E infine, il presente. Mattarella ha guardato proprio a San Severino come simbolo: una comunità che, dopo terremoti e alluvioni, continua a rialzarsi. Una volontà di risorgere che diventa metafora dell’intero Paese. Il passaggio più potente resta quello che lega tutto: il passato non è mai davvero passato. È dentro le scelte di oggi, nelle istituzioni, nelle crisi globali, nelle fragilità dei territori. Ed è per questo che, ottant’anni dopo, quella frase torna ancora, senza retorica e senza nostalgia, ma come una presa di posizione precisa: ora e sempre Resistenza.