Cronaca

Pino Daniele, chiusa la causa per l’eredità: il ricordo del mitico artista

Quando Pino Daniele chiuse gli occhi per sempre, il 4 gennaio 2015 a sessant’anni, in una stanza d’ospedale a Roma a causa di una crisi cardiaca, lasciò dietro di sé molto più di un immenso repertorio musicale: lasciò un testamento segreto, depositato presso un notaio già nel 2012, che parlava con la stessa schiettezza e sincerità delle sue canzoni. Nel punto 7 dispose che tutti i diritti d’autore e i diritti connessi di artista, interprete ed esecutore andassero ai suoi cinque figli in parti uguali, da tenere in comunione fino alla maggiore età dell’ultimo di loro. Nel punto 9 stabilì invece che i depositi personali, i diritti d’autore e gli altri beni mobili fossero divisi tra i figli e la moglie Fabiola Sciabbarrasi, per quest’ultima però nulla per quanto riguarda i diritti connessi. Nessuna ambiguità, nessun favoritismo esplicito: solo la volontà limpida di un uomo che aveva sempre cantato senza filtri. Anni dopo, una contesa giudiziaria tra il figlio primogenito Alessandro e la seconda moglie Fabiola – lei chiedeva la comproprietà pro quota di tutti i diritti d’autore e connessi, lui la restituzione di 61 mila euro più 100 mila per inadempimento di un presunto accordo verbale – arrivò fino alla Corte d’Appello di Roma. I giudici della settima sezione civile respinsero sia i ricorsi che i controricorsi, confermando alla lettera le disposizioni testamentarie e rilevando l’assenza di prove certe sull’accordo verbale. Così, mentre le aule di tribunale, come descrive abilmente l’articolo del Corriere della Sera che descrive la vicenda, chiudevano l’ultimo capitolo delle divisioni materiali, l’eredità più grande di Pino Daniele restava intatta: quel suono blues napoletano diventato lingua universale del cuore. Nato il 19 marzo 1955 nel popolare quartiere Porto di Napoli, primogenito di sei figli di un modesto lavoratore portuale, Giuseppe Daniele crebbe in condizioni di grande povertà. Da bambino si trasferì in piazza Santa Maria La Nova dalle zie Lia e Bianca, che gli offrirono una sistemazione più dignitosa. Frequentò le elementari all’Oberdan – dove ebbe come compagno Enzo Gragnaniello – e si diplomò in ragioneria all’Istituto Armando Diaz. La musica entrò nella sua vita molto presto: imparò la chitarra da autodidatta, immerso nel clima di contestazione del Sessantotto, e già a dodici anni capì il sapore del palcoscenico durante una festa di bambini, quando una stecca vocale gli rivelò quanto fosse esigente stare sul palco. Negli anni Settanta cominciò a suonare con vari gruppi giovanili insieme a futuri protagonisti della scena napoletana come Paolo Raffone, Rosario Jermano, Rino Zurzolo, Enzo Avitabile e Corrado Rustici. Nel 1975 entrò come bassista nei Napoli Centrale accanto a James Senese, il sassofonista che sarebbe diventato uno dei suoi più importanti alter ego musicali. Ma era il dialetto napoletano, mescolato al blues e alla tarantella, la vera rivoluzione che portava dentro. Nel 1977 arrivò l’esordio solista con l’album Terra mia, un disco che cambiò per sempre il panorama della musica italiana: da lì esplosero classici intramontabili come «Napule è» (scritta quando aveva solo diciotto anni e lanciata da Renzo Arbore), «’Na tazzulella ’e cafè», «Suonno d’ajere» e «Libertà». Con Pino Daniele (1979) e soprattutto Nero a metà (1980) il suo stile personale – che lui stesso definì «tarumbò», una fusione unica di tarantella e blues – divenne inconfondibile: voce roca e graffiante, chitarra elettrica tagliente, groove mediterraneo e una capacità straordinaria di raccontare la vita di strada, l’amore e le contraddizioni di Napoli con una poesia che parlava a tutti. Seguì il boom di Vai mo’ (1981), con il leggendario concerto di Piazza del Plebiscito davanti a 200.000 persone, e l’affermazione del cosiddetto «Neapolitan Power». Gli anni Ottanta e Novanta lo consacrarono come uno dei più grandi cantautori italiani. Collaborò con leggende internazionali come Alphonso Johnson, Wayne Shorter, Gato Barbieri, Carlos Santana, Bob Dylan, Steve Gadd, Richie Havens e Chick Corea. Album come Bella ’mbriana (1982), Musicante (1984), Ferryboat (1985), Bonne soirée (1987) e Schizzechea with Love (1988, vincitore della Targa Tenco) lo imposero all’attenzione nazionale e oltre. Negli anni Novanta, nonostante i problemi di salute che lo costrinsero a rallentare i live, continuò a collezionare successi con dischi come Non calpestare i fiori nel deserto (1995, oltre 800.000 copie) e Dimmi cosa succede sulla terra (1997). Scrisse con l’amico Massimo Troisi la storica «Quando» e duettò con Luciano Pavarotti in «Napule è». Non smise mai di sperimentare. Negli anni Duemila aprì al mondo arabo e africano con Medina (2001), riunì la formazione storica dei primi album in Ricomincio da 30 (2008), suonò all’Apollo Theater di New York e partecipò al Crossroads Guitar Festival con Eric Clapton. L’ultimo album in studio, La grande madre (2012), e il tour celebrativo di Nero a metà all’Arena di Verona nel 2014, con ospiti come Elisa, Fiorella Mannoia ed Emma, dimostrarono che la sua energia creativa non si era mai spenta. Nella vita privata Pino fu un uomo di passioni intense. Dal primo matrimonio con la corista Dorina Giangrande nacquero Alessandro (che divenne il suo manager) e Cristina, ai quali dedicò canzoni come «Putesse essere allero» e «Ninnannannaninnanoè». Dopo la separazione, nel 2004 sposò Fabiola Sciabbarrasi, con cui ebbe Sara, Sofia e Francesco, ispirando brani come «Sara», «Sofia sulle note» e «Una parte di me». A ciascuno dei figli regalò una canzone, come aveva regalato a Napoli intere pagine di vita vissuta. Pino Daniele ha trasformato il dialetto napoletano in una lingua del mondo. Ha unito il blues del Delta del Mississippi, il jazz, il rock e la tradizione popolare in un suono unico che ancora oggi parla di amore, strada, ingiustizia e bellezza. Ha venduto milioni di dischi, riempito stadi, ispirato generazioni di musicisti e reso eterna la sua città. Ogni volta che qualcuno intona «Napule è…», «Je so’ pazzo», «Senza ’e te» o «Che soddisfazione», Pino torna a cantare con noi. Perché Pino non ha solo cantato Napoli. L’ha resa immortale. E la sua voce roca, graffiante, profondamente umana continua a risuonare, più viva che mai, nel cuore di chi ha imparato ad ascoltare con l’anima.