Sulla bilancia del referendum costituzionale hanno pesato quegli elettori ‘dormienti’, che in genere non votano ma questa volta sono scesi in campo per dire la loro sulla riforma della giustizia, e i giovani. Secondo diversi istituti demoscopici questa particolare fetta di elettorato (stimata tra il 10 e il 15%) si è espressa in massa contro la riforma della giustizia: la percentuale stimata va dal 57,7% al 65%. Una novità rilevante per l’esito del voto – che ha sfiorato il 59% di affluenza in Italia – ma che da sola forse non riesce a spiegare il risultato della consultazione popolare. Ad incidere sarebbero stati anche i distinguo registrati in particolare nell’elettorato più moderato del centrodestra. Secondo il consorzio Opinio Italia gli elettori di Forza Italia e Noi Moderati avrebbero votato sì solo nell’82,1% dei casi e no nel 17,9%, quelli della Lega sì nell’85,9% dei casi e no nel 14,1%. Più allineati i seguaci di FdI (88,8% di sì e 11,2% di no). Nel centrosinistra le ‘defezioni’ in media si riducono: gli elettori del Pd avrebbero votato per il 90,4% no e 9,6% sì; quelli del M5s nell’87% no e 13% sì; quelli di Avs per il 93,1% no e 6,9% sì.
A spingere il fronte contrario alla riforma, secondo Lorenzo Pregliasco di Youtrend, “è stata l’idea di difendere la Costituzione (nel 61% dei casi)” ma, “indubbiamente anche un voto di opinione che ha due facce – spiega -: quella dell’elettorato moderato preoccupato per il rischio di un’eccessiva concentrazione dei poteri sull’esecutivo e quella del voto di protesta, contro il governo”.
Per il suo istituto, infatti, il 31% di chi si è espresso contro la separazione delle carriere lo ha fatto proprio per “dare un voto di opposizione al governo Meloni”. Da considerare anche l’età dei votanti: i giovani si sarebbero espressi in grande maggioranza per il no, il frutto anche di campagne social particolarmente riuscite. A livello territoriale, fatta eccezione per Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Veneto (roccaforti del sì), il no ha dilagato ovunque, anche nelle Regioni amministrate dal centrodestra come la Calabria, il Lazio, il Piemonte e la Sicilia. Con picchi in città come Napoli (75%), Bologna e Palermo (68%). A dividere davvero lo stivale è stata l’affluenza: più bassa al Sud e più alta nel centro-Nord. Fare un parallelismo tra i voti assoluti incassati dalle coalizioni alle scorse politiche è complesso per vari motivi, primo tra i quali il fatto che gli italiani si sono espressi su un quesito specifico che ha visto dei distinguo negli stessi partiti e campi politici. Ma, volendo comunque sovrapporre i numeri attribuendo idealmente gran parte dei sì all’elettorato di centrodestra, non emerge affatto una debacle.
Pur senza considerare i voti all’estero (tra cui prevalgono i favorevoli alla riforma), nello stivale i sì sono stati circa 12.448.047, più dei 12.300.244 incassati dalla maggioranza di governo alla Camera nel 2022. Anche se al risultato finale del referendum hanno contribuito anche i seguaci di partiti come Azione, Più Europa e parte di Iv (che ha lasciato libertà di voto). Sempre quattro anni fa, sommando i consensi del centrosinistra e del M5s (che corsero divisi) si arrivava a 11.671.900 voti, mentre i no oggi sono stati 14.461.074. Motivo per cui un sondaggista come Antonio Noto può sintetizzare che, “in termini assoluti, il centrodestra e centrosinistra, salvo qualche sbavatura, hanno tenuto i loro voti. La novità è che a loro si è aggiunto un nuovo elettorato ‘anti-partitico’ che non aveva votato né alle scorse politiche né alle scorse europee ed ora è sceso in campo per il referendum”. Cittadini, che a suo avviso, “difficilmente tornerebbero domani alle urne per dare la loro preferenza ad un partito o ad un altro”. Un’analisi in linea con quella del sondaggista Nicola Piepoli secondo cui, alle urne, il “popolo si è opposto alla frantumazione del potere giudiziario”, ma questo esito “non è un colpo per il governo che è in sella e lavora. Queste è una vicenda chiusa senza strascichi”, chiosa.
(Fonte Ansa)
