Fungo Musica

Gli U2 pubblicano a sorpresa “Days of Ash”, un nuovo album tra guerra e speranza

Nel giorno di San Patrizio, patrono d’Irlanda, colgo l’appello del nostro direttore che mi ha gentilmente chiesto di scrivere qualcosa sull’ultimo disco degli U2. Confesso che è da un po’ di tempo che non li seguo assiduamente, diciamo da circa 40 anni, proprio quelli che ci separano quasi dal 1987. L’anno precedente avevo finito le scuole superiori ed ero venuto a sapere che gli U2 avrebbero suonato a Roma allo Stadio Flaminio, in pieno centro, oggi tristemente in disuso. Non c’era internet ovviamente e per acquistare i biglietti bisognava andare a fino a Roma in quanto nella nostra città non esisteva ancora un’agenzia o un punto vendita apposito. In tanti avevano amici che studiavano nella capitale o vi si recarono di persona per comprare i biglietti e finì che mi ritrovai al Flaminio con un centinaio di concittadini. Fu un concetto epocale – il giorno dopo i quotidiani titolarono “Terremoto a Roma” – e coincise con il momento in cui la band venne definitivamente conosciuta dal grande pubblico con l’album “The Joshua Tree”. Scoperta l’America, in tutti i sensi, i quattro irlandesi se ne inebriarono: erano pronti per il mainstream nel quale poi hanno sguazzato allegramente negli anni a seguire con quell’impegno sociale un po’ peloso, tipico delle rockstar, che li ha portati a incontrare i vertici delle élite mondiali per iniziative a volte opinabili. Bene, può essere il mio preambolo a questo EP Days of Ash che è uscito a sorpresa dopo un po’ di tempo lo scorso 18 febbraio 2026 in concomitanza con il mercoledì delle ceneri, in linea con la forte impronta cattolica che ha sempre contraddistinto il cantante e portavoce del gruppo Bono Vox. Per EP una volta si intendeva un extended play, un disco a metà strada tra un LP e un 45 giri o meglio un 12”, insomma un mezzo album. Non so al giorno d’oggi questo cosa possa voler dire visto che viviamo nell’epoca della musica liquida ma i nostri dalla scintillante carriera, con alti e bassi, quasi cinquantennale, evidentemente ancora navigano inseguendo quelle grandi canzoni che hanno fatto la storia e hanno segnato più di una generazione oltre ai “vecchi ragazzi” degli anni Ottanta del secolo scorso. In questo nuovo lavoro emergono tutte le problematiche che affliggono il mondo di oggi, esplicitate dai visual video ufficiali dove ogni brano è corredato dai testi scorrevoli. Non aspettatevi recensioni “tecniche”, lascio a voi l’interpretazione dei contenuti; al di là del testo le canzoni ovviamente sono principalmente musica e, una volta pubblicate, ogni ascoltatore vi attribuirà il proprio personale significato. La prima traccia del disco “American Obituary” strizza l’occhio alle nuove sonorità, con una produzione attenta agli arrangiamenti (che sono fondamentali), pur essendo piuttosto rock con un coro anthemico finale, non mi ha colpito particolarmente. A giudicare dal titolo della canzone e dagli argomenti trattati a quanto pare l’ubriacatura americana parrebbe in via di parziale smaltimento nonostante i continui flirt di Bono con l’establishment a stelle e strisce. La seconda traccia “The Tears of Things” non mi spiace, è una ballad adulta dalla vena un po’ dark, mi ricorda qualcosa, diciamo che potrebbe andar bene per una colonna sonora di Tim Burton e nel finale affiora il fantasma di Bowie nello spazio. Anche la terza “Song of the Future” con la sua chitarra acustica iniziale è una ballata pop che si sviluppa poi su ritmiche un po’ più cadenzate. La traccia numero quattro “Wildpeace” è un tappeto sonoro che accompagna un testo recitato da una voce femminile tratto da uno scritto del poeta israeliano Yehuda Amichai e serve come passaggio verso il finale del disco. La quinta traccia “One Life AT A Time” è una canzone nel classico stile della band con la chitarra tagliente di The Edge che evoca i “vecchi tempi” della scena New Wave. Non è mai stato un chitarrista virtuoso ma ha sempre avuto uno stile inconfondibile e riconoscibile dal suono. Chiude il lavoro “Yours Eternally” ospiti la stella del pop britannico Ed Sheeran e Taras Topolia, cantante degli ucraini Antityla. Belli gli intrecci vocali, forse il brano dalla vena più spiccatamente orecchiabile, e non mi meraviglierei se il singolo trainante dell’intero disco fosse proprio questa sesta e ultima canzone.