Cronaca

Il 16 marzo di 48 anni fa il rapimento di Aldo Moro e la strage di via Fani

Poco prima delle 9del 16 marzo del 1978, Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, lasciò la sua abitazione in viale del Forte Trionfale a Roma. Viaggiava su una Fiat 130 blu, seguito da un’Alfetta bianca con gli uomini della scorta. L’appuntamento con la storia era fissato in Parlamento: quel giorno il governo guidato da Giulio Andreotti avrebbe dovuto ottenere la fiducia, grazie a un accordo politico senza precedenti che prevedeva l’appoggio esterno del Partito Comunista Italiano di Enrico Berlinguer. L’agguato scattò con precisione chirurgica all’incrocio tra via Fani e via Stresa. Una Fiat 128 con targa diplomatica tagliò la strada all’auto di Moro, provocando un tamponamento. In pochi istanti, un commando delle Brigate Rosse sbucò da dietro le siepi del bar Olivetti e aprì il fuoco. Fu un massacro: rimasero uccisi sul colpo gli agenti Giulio Rivera e Raffaele Iozzino, l’appuntato Domenico Ricci e il maresciallo Oreste Leonardi. Il vicebrigadiere Francesco Zizzi morì poco dopo al Policlinico Gemelli. Aldo Moro, l’unico superstite, venne trascinato fuori dall’auto e caricato su un’altra vettura. Un’ora dopo, il gruppo terroristico rivendicò l’azione con un messaggio agghiacciante: “Attacco al cuore dello Stato”.

Iniziò così un sequestro durato 55 giorni, durante i quali l’Italia intera visse sospesa tra la linea della fermezza (il rifiuto di trattare con i terroristi) e quella della trattativa. Aldo Moro non era solo un leader politico, ma il principale architetto del “Compromesso storico”, quel delicato progetto di avvicinamento tra DC e PCI che mirava a stabilizzare la democrazia italiana.

Il tragico epilogo giunse il 9 maggio 1978. Il brigatista Valerio Morucci telefonò al professor Francesco Tritto, assistente di Moro, per comunicare le ultime volontà dello statista e indicare il luogo del ritrovamento. Il corpo senza vita di Aldo Moro fu rinvenuto nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani. La scelta del luogo non fu casuale: la via si trova simbolicamente a metà strada tra Piazza del Gesù, allora sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista.

 

L’uccisione di Moro non fu solo un crimine brutale, ma un trauma politico che interruppe bruscamente il percorso di rinnovamento istituzionale del Paese. Con la sua morte finì la stagione del dialogo tra le due grandi forze popolari e l’Italia entrò in una fase di profonda incertezza. A distanza di quasi mezzo secolo, via Fani e via Caetani restano i simboli di una ferita che la storia fatica ancora a rimarginare completamente, ricordandoci il prezzo altissimo pagato da chi serviva lo Stato in quegli anni difficili.